L’UOMO DISINCANTATO – Le snervanti complessità involute dell’amor profano (1)

Il professor Wittgenhauer guardò Milica negli occhi, spalancando i suoi fin quasi a spaventarla; poi, rilassando d’un tratto la mimica facciale come per una specie di ruvido crollo, privo di spunti di morbidezza, che somigliava tanto alla stasi silente ma ancora polverosa dei detriti sul fondo di una valle dopo la caduta di una frana, si fece imprevedibilmente paterno. Con l’atteggiamento vizioso ma prudente di un esperto curato di campagna e sfoggiando un perfetto sovrappensiero, iniziò a soppesare con la mano l’arrendevolezza del seno sinistro di Milica, una piccola mela rosata tenuta in sospeso dalla parte del cuore, e poi, con un tono di voce tra l’ispido e il mellifluo, le disse: “Farsene una ragione, ragazza mia, non significa non avere torto…”
Milica preferì non capire, dato che era una feticista del picco ormonale ma, al contrario di Elias, che come ogni maschio ne era dipendente, aveva sempre schifato con ribrezzo l’idea di collegarlo al fanatismo della pura piacevolezza. Proprio per questo aveva cominciato ad andare a letto con Wittgenhauer, prestando attenzione a mantenere un grado sufficiente di rammarico in attesa del momento buono per sentirsi davvero capace di farlo soltanto per gioco, galleggiando scherzosamente su una responsabilità morale da romanzo rosa e quindi senza alcun dubbio del tutto ingiustificata. D’altra parte il professore, ben disposto a rispettare quella domanda di equilibrio, tanto sottintesa quanto categorica, si era impegnato con se stesso a non cercarla in ogni caso più di una volta alla settimana; e la sua formazione filosofica e logico-matematica costituiva di per sé una garanzia più che affidabile contro ogni tentazione di lassismo e di sfrontatezza, così come rispetto a qualsiasi indulgenza nei confronti di sempre possibili deragliamenti umorali. Da quel misericordioso curatore del corpo di Milica che in fondo voleva essere, Wittgenhauer – in bilico tra il museo e il fallimento – aveva deciso comunque di risparmiarle il più possibile la concretezza dell’accoppiamento, rimanendo entro i limiti di ciò che era strettamente indispensabile a chiarire senza ambiguità tutto ciò che lo distingueva da Elias, il quale, a sua volta, non potendo avanzare diritti di alcun tipo, doveva fare buon viso, quali che fossero i retroscena di ciò che gli toccava subire: non poteva infatti fare a meno di sentirsi umiliato e tradito, sia pure in occasioni tanto sporadiche per quantità e assolutamente singolari per qualità, ed era arrivato addirittura a sospettare che quell’odioso intellettuale germanofono non fosse altro che l’uomo nero antisemita – il nemico giurato nascosto da sempre all’ombra delle sue ossessioni infantili – con tutto il carico di minacciose promesse e implicazioni che questa eventualità portava con sé.
Durante i suoi incontri intimi con Milica – che per via della tipica riservatezza dell’uomo felicemente sposato in patria e dell’abitudine del logico matematico al calcolo delle probabilità egli preferiva si tenessero ogni volta in un luogo diverso e inimmaginabile – il sesso frenetico del professor Wittgenhauer frugava galvanizzato, e tuttavia sempre all’altezza, nell’intimità della sua amante, pulsando a lungo tanto inutilmente quanto senza ritegno. La sua abbondante saliva di uomo razionale, disceso precipitosamente e non senza ironia dalla scala di Giacobbe dei suoi studi sulle forme modulari e la topologia algebrica alla terra-terra del maschio in calore, tanto poco olimpico quanto alla rinfusa festosamente triviale, finiva per luccicare un po’ ovunque sulla pelle candida di Milica che, sempre dedita in segreto al più pornografico degli sbadigli possibili, se ne stava invece rannicchiata nella pace sovrumana del suo desiderio, mentre il suo tempo le scorreva dentro assai meglio di quanto facesse il corpo estraneo dell’amante, nell’eterno ritorno del ritmo di un plessimetro schiantato dalla noia. Avrebbe voluto appisolarsi ma la buona creanza le proibiva di concedersi una così sdegnosa lontananza e allora le succedeva di avere prima nostalgia dell’amore di Elias – tanto vizioso quanto mirabilmente condiviso – e infine dei suoi antichi orgasmi, di quel piacere forse ordinario ma tremulo e scattante come le zampe della rana morta di Galvani. Il sesso-metronomo del pur volenteroso Wittgenhauer s’industriava sempre come meglio poteva, regolare e potente, ma non c’era la musica, mancavano il valzer prima e la marcia trionfale poi, e tutto, in quel barbiturico silenzio, non le mostrava pietre angolari o credibili approdi. Ogni volta un’immensa valanga di silenzio le scendeva dal basso, come fosse dal centro della terra, per ottundere anche ogni finale possibilità di tenerezza, nell’alto del suo cuore.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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