L’UOMO DISINCANTATO – Zio Dominic (2)

Come tennista zio Dominic era tecnicamente solido da fondo campo grazie a ottimi fondamentali, perfettamente impostati in modo canonico: un servizio preciso, un diritto potente, piatto o in top spin, e un rovescio anch’esso piatto oppure in back. Riuscire a fare un punto contro di lui era tutt’altro che facile perché aveva anche un innato senso della posizione e si spostava molto rapidamente sul campo. L’unico vero punto debole che aveva era il gioco di volo perché mancava di decisione, di coraggio, di partecipazione e di fantasia. Il suo era un tennis tattico, abitudinario e in fondo svogliato, fatto di impostazione scolastica e di metodica attesa dell’errore altrui. Vinceva le partite da parassita, facendo sbagliare gli avversari senza preoccuparsi d’altro che di tenere lo scambio grazie alla sua tecnica impeccabile e alla tenuta atletica che gli era garantita da un fisico integro e in un certo senso quasi incapace di cedimenti perché chiamato ad agire nello stato di assoluto disimpegno mentale conseguente all’avvenuta e precisa metamorfosi meccanica dell’uomo in giocatore di tennis. Nel suo gioco la svogliatezza si realizzava compiutamente non nell’inerzia colpevole ma in un libero e quindi a modo suo virtuoso prescindere dalla voglia, dall’agonismo conclamato, dalla normalità fisiologica dell’adrenalina. Come un metronomo batte ininterrottamente avanti e indietro, indifferente rispetto alla bellezza della musica alla quale dà il tempo, zio Dominic, inossidabile regolarista da fondo campo, mi insegnava giocando a tennis la scissione drammatica che sussiste tra l’azione e la passione e che ne rende l’intreccio forzato, al quale quotidianamente siamo assuefatti, nient’altro che un indesiderabile espediente, una grigia mezza via poco allettante per chi voglia salvaguardare la dissomiglianza fondamentale che separa il gioco dalla vita; perché – mi diceva spesso con la sua voce inconfondibile, sempre sgusciante ed entusiasta – si gioca davvero bene quando non si gioca e si vince dopo che si è accettata la delusione di non poter giocare. In fondo mio zio praticava il tennis perché non amava farlo e vinceva sempre perché non lo desiderava mai: per lui si trattava di una forma di penitenza, di autodisciplina, di impiego e di rispetto del tempo contro la tentazione costante di perderlo, di lasciarlo scorrere con l’annoiata cordialità del disimpegno privo di ambizioni, perché queste ultime sono state in origine desideri e non possono mutare pelle senza che sia prima sgretolata quella precedente. Nel tennis zio Dominic realizzava dunque la sua imperfetta sottomissione alla vita in quanto pura necessità fisica, come sobria maturità atletica, scissa drasticamente da qualsiasi richiamo a una dimensione emotiva e intellettuale che per lui doveva e non poteva che continuare a coincidere soltanto con la custodia fiabesca di un’innocente attitudine infantile.
Non a caso anni prima, quando aveva da poco terminato gli studi superiori, zio Dominic, che era già andato a vivere per proprio conto dalle parti di Manor House, in un grande casermone di colore grigio tutt’altro che elegante, si era trovato dall’oggi al domani nella condizione di dover badare a se stesso a causa delle improvvise ristrettezze economiche che gli aveva procurato la sospensione dell’assegno di mantenimento da parte dei miei nonni, da sempre molto critici nei confronti del suo stile di vita e poco propensi a rassegnarsi ad avere un figlio maschio sfaccendato e in attesa di sperperare la sua eredità.
A quel punto avrebbe davvero avuto bisogno di un lavoro e, quindi, com’era nel suo stile, non si era messo a cercarlo, limitandosi a raschiare il barile dei risparmi, a chiedere piccoli prestiti qua e là e a ricorrere al cuore materno di mia nonna quando mio nonno non era in casa.
Per alcuni mesi aveva trascorso le sue giornate uscendo poco da casa mentre il tempo si espandeva  parallelamente allo spazio vuoto nel frigorifero e agli strappi nei suoi abiti, che per risparmiare rammendava da solo con convinzione decrescente. Anche la voglia di muoversi, di spostarsi all’interno del piccolo appartamento che occupava se ne stava andando; la solitudine e l’inerzia stavano diventando per lui delle necessità imprescindibili così come il letto un ovvio rifugio nella tollerabile amarezza di una rassegnazione comoda e innovativa. Così sdraiato, ascoltava musica distrattamente, senza soluzione di continuità, soprattutto dischi di opere di Debussy, Saint-Saëns, Strauss e Mahler – non più di Bach, che in altri tempi gli aveva invece ispirato una devozione assoluta e che da un certo momento in poi si era invece accorto di chiamare sovrappensiero e con un disinteresse apparentemente privo di motivazioni soltanto J.S., come un personaggio qualunque di un qualsiasi telefilm americano. Del padre indiscusso della musica moderna però, nonostante il trascorrere degli anni e forse perché legato alla memoria di un desiderio autentico e alle ombre ancora pienamente commoventi di un antico amore, tanto simile a un relitto perfettamente conservato dopo un naufragio, mio zio, grazie alla formidabile memoria che accompagnava la sua altrettanto straordinaria mancanza di talento musicale (da ragazzino, tra le tante entusiastiche vocazioni create dalla sua fantasia, aveva sognato addirittura di fare il direttore d’orchestra), era sempre in grado di ricordare alla perfezione ciascun nucleo tematico col successivo sviluppo in almeno una trentina di esecuzioni diverse.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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