L’UOMO DISINCANTATO – Zio Dominic (1)

Il mio primo maestro di tennis era stato lo zio Dominic, il fratello più grande di mia madre, un uomo simpatico, basso di statura, stempiato e magrissimo, che esibiva in ogni circostanza un’espressione di compiaciuta superficialità esaltata dalla gradazione particolarmente intensa di celeste che tingeva i suoi occhi con la stessa gaiezza ripetitiva delle decorazioni natalizie, una vivacità fatta dall’alternanza regolare di scintille e spegnimenti, coerente d’altra parte con la fibrillazione infantile e istintivamente nevrotica del sorriso mondano e contagioso che non lo abbandonava mai.
Zio Dominic aveva una passione per l’oggettistica kitsch e spendeva cifre enormi a ogni bancarella o mercatino che gli capitava d’incontrare. Pur non essendo particolarmente devoto amava la chincaglieria religiosa ed era un collezionista compulsivo di rosari, statuette, scapolari e medaglie, e in generale di tutto ciò che avesse a che fare col cattolicesimo, forse perché l’essere un anglicano poco praticante lo rendeva un nostalgico papista molto frivolo. La sua collezione di cianfrusaglie e ninnoli sacri era davvero sterminata ma raccoglieva fondamentalmente un numero incredibile di oggetti di pessimo gusto, privi di valore storico o artistico; tutti tranne tre, che infatti erano appesi con grande pompa alla parete principale dell’ampio ingresso del suo appartamento e di fronte ai quali sostavo incantato – con tutto lo stupore che è sempre implicito nell’ammirazione dei bambini – ogni volta che facevo anticamera in attesa di andare con lui al circolo del tennis per la nostra lezione. Al centro, dentro un espositore sigillato da una cornice impiallacciata con bassorilievi in palissandro, c’era una pianeta da messa del XV secolo in raso da cinque con un ordito in organzino di seta rossa e trama in seta gialla, fodera di tela di lino e guarnizioni in lampasso fondo raso a trame lanciate di seta e filato metallico con un motivo decorativo floreale che si ripeteva sempre identico e che mi piaceva seguire con lo sguardo fino a distorcerlo in una sorta di gioioso intontimento, come quando, girando per gioco su me stesso e aumentando progressivamente la velocità, finivo per stramazzare al suolo ridendo. Subito accanto, sulla sinistra, era appeso un elegante altorilievo di scuola veneta, in legno dorato e dipinto, raffigurante la Vergine seduta a terra che tiene il Bambino Gesù appoggiato in grembo secondo l’iconografia tardo gotica e rinascimentale detta della “Madonna dell’umiltà”, abbellito da una cornice secentesca in ebano lavorato guilloché con intarsi di pietre policrome, e che a sentire lo zio Dominic risaliva al periodo a cavallo tra il XV e il XVI secolo. A destra della grande pianeta era invece esposto l’oggetto che amavo di più in assoluto, forse perché a causa delle sue piccole dimensioni mi emozionava per quella che ai tempi non poteva essere altro che una vaga intuizione infantile ma che sarebbe diventata poi un pilastro della sostenibilità del mio disincanto: l’idea giocosamente anacronistica di una bellezza assoluta ma inconsueta, non invadente, che non si lascia celebrare, che anzi fa ombra, restituendo così della storia soltanto l’opaca verità inesorabile del quotidiano. Si trattava di una placca del XIII secolo che in origine doveva essere stata l’elemento laterale di un reliquiario decorato a smalti di prima manifattura limosina; al centro c’era una Madonna con bambino in bronzo sulla quale si potevano distinguere ancora perfettamente ampie tracce dell’antica doratura, come fossero i ricordi di un’aristocrazia certamente trascorsa ma che aveva trovato comunque misteriose vie di persistenza, e attorno tutte le classiche decorazioni realizzate con la tecnica champlevé. Di quell’oggetto colpiva l’enigmatica e schietta natura di avanzo che esponeva se stessa in una sorta di perenne autodafé. In tutte le sue imperfezioni e molteplici acciaccature esso rendeva una velata e parziale testimonianza a una bellezza assolutamente differente dalla sua, a una sostanza assai più esplicita e radicale ma – forse proprio a causa di questa sua ingombrante nobiltà – anche incapace di sopravvivere al tempo delle vicissitudini, dei danni e dell’incuria; ormai smarrita ben oltre il nitore del rammarico che ci può essere per quanto è perduto senza restare anche ignoto, e quindi disperatamente confinata nel regno gelido e cadaverico delle ipotesi erudite; qualcosa per cui, dopo essersi piegato a quella specie di gloria più intima e alla mano che esige la degradazione di un’opera d’arte a oggetto di antiquariato, si offriva in pubblico sacrificio sotto forma di rievocazione allusiva, tanto umilmente carente quanto imprescindibile e definitiva. Da quella placca antica, protesa con migrante bellezza nel suo rigido raccoglimento variopinto, giunta chissà in che modo e da dove fino a noi, si propagava di fronte ai nostri sguardi imprecisi di moderni forestieri, così come nei pensieri avventati che a causa di questi necessariamente facevamo, un induttivo sentimento di totalità e di completezza, che ci colpiva a lungo rimanendo sempre in sospeso tra l’elaborata ammirazione e un’inspiegabile voluttà di preghiera. Forse anche per via della mia giovanissima età e per il fatto di essere rimasto presto orfano di entrambi i genitori, di quel prezioso reperto messo in mostra in casa di zio Dominic con tutto l’orgoglio pomposo e sommario dei veri parvenu, m’impressionava soprattutto l’aperta e quasi confidenziale malinconia, la solitudine accorata che si dispiegava verso l’esterno con la stessa devozione fedele di una vedova in lutto e che più volte al giorno trapelava in modo sempre diverso secondo la successione ritmica dei tagli della luce, tessuti con misteriosa sapienza dagli intrecci unici e irripetibili che si andavano via via sagomando nell’incontro tra il tempo atmosferico e quello cronologico e animati dalle vibrazioni improvvise e cangianti in cui confluivano con sorprendente concordanza i resti brillanti dell’oro, la severa sinuosità del bronzo e la decorativa leggerezza degli smalti colorati.
Soltanto diversi anni dopo, rammentando quanto allora fosse stato assoluto e testardo il mio stupore di ragazzino di fronte a un oggetto così particolare, avevo inteso per davvero in che misura quella piccola Madonna, sebbene ritratta come d’ufficio amorevolmente china sul suo Figlio divino, dovesse invece tutto il suo impareggiabile incanto proprio all’abbandono che aveva subito in quanto opera d’arte, alla perdita drammatica del suo luogo primitivo – il grande reliquiario al quale era in origine appartenuta – e quindi al completo smarrimento di sé; e come fosse diventata infine suo malgrado la metafora mite e imprevista di tutt’altro, ovvero di un desolato lamento femminile, sorprendentemente indistinguibile da quelli leggendari e solo all’apparenza tanto lontani di Medea, di Arianna e di Didone.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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