L’UOMO DISINCANTATO – Una serata al teatro sperimentale (5)

Peter camminava in direzione del teatro ma, passo dopo passo, era come se procedesse verso un patibolo nascosto: aveva quasi l’impressione di udire l’ossessivo e sinistro rullare dei tamburi del picchetto! Non riusciva a controllare l’invadenza dei suoi pensieri intorno alle abitudini sessuali della Lady e a non fare ipotesi su ipotesi circa il numero dei suoi amanti; la sua razionalità era stata seviziata e infine asservita alle penose scorribande del sospetto. Allora gli tornarono in mente quelli che, in ossequio alla sua abitudine di catalogare tutto, definiva ormai da anni gli uomini-pappagallo. Aveva sempre provato infatti una curiosità immediata e un interesse tutto speciale – di certo molto più che antropologico – per quel genere d’individui che nel corso della vita vengono consacrati dal progressivo alimentarsi intorno al loro nome di una fama di natura folcloristica, direttamente ispirata da abilità e meriti che possono essere considerati rilevanti solo nel contesto semplice di una mitologia popolaresca; vale a dire per quei personaggi – ai quali, poiché passano la vita a ripetere all’infinito loro stessi, la pittoresca etichetta di uomini-pappagallo gli era appunto parsa sempre la più calzante – che in un certo paese o in una data zona del mondo, consoni in modo assolutamente particolare alla perfetta maturazione del loro specifico talento marginale, si distinguono dal resto dei propri simili (nei quali sollecitano altresì l’attecchire spontaneo di un pago sentimento da gregari, diventando per loro dei modelli tanto esemplari quanto ineguagliabili ai quali comunque ispirarsi) a causa di qualcosa che, appartenendo in tutto e per tutto alla vita quotidiana di una determinata comunità e non potendo quindi aspirare a passare alla storia, arriva attraverso la cronaca almeno alla leggenda. A questa specie così singolare di esseri umani, quasi tutti di sesso maschile in quanto le attitudini guardate con interesse e coinvolgimento emotivo dal côté nel quale essi emergono sono sempre riconducibili in qualche modo alla virilità e alla forza fisica, possono appartenere, per esempio, un gondoliere veneziano, un bagnino, un animatore di discoteca o un camionista diventati famosi nel loro ambiente per aver sedotto più donne di chiunque altro, oppure un cowboy detentore del record di vittorie nel rodeo locale, un campione di braccio di ferro o ancora il più abile tra i gaucho argentini nel lancio delle bolas. Gli uomini-pappagallo non si amano affatto tra di loro, anzi si evitano (e il fatto che, come succede tra gli animali con i capibranco, difficilmente se ne trovino due di egual prestigio nel medesimo territorio e per la stessa abilità, li aiuta molto in questo), ma ostentano invece con orgoglio il rispetto assoluto di valori elementari come l’amicizia, cameratesca o paternalistica, in virtù dalla quale possono giungere addirittura a commuoversi in pubblico, purché sia indiscutibile la qualità virile delle loro lacrime e sempre entro i limiti istintivi di un coinvolgimento necessariamente plateale che possono gestire con facilità e per intero sentendosene al tempo stesso protagonisti e spettatori. Alcuni di essi hanno una natura gentile, altri sono estroversi e simpatici sebbene riescano di rado a essere anche poco invadenti, altri ancora invece – forse i meno convinti o i più disinteressati al versante pubblico della loro piccola fama – preferiscono apparire boriosi, e infine, trasversale fra tutte queste, c’è la categoria di quelli che amano distinguersi per un guardaroba insolito o quanto meno per un particolare capo di abbigliamento assolutamente caratteristico; ma di ciascuno, indistintamente, amici, emuli e semplici ammiratori diranno sempre e solo che “è un grande”, lasciando intendere così tutto e niente, perché la tipica grandezza di un uomo-pappagallo e del suo mito locale consiste appunto in una qualità soltanto intuibile dall’esterno, data per assodata come tutto quanto il resto dentro quella specie di frullato emotivo che lo celebra e per il quale se due negazioni affermano, due affermazioni devono per forza negare. Quella di Peter nei confronti degli uomini-pappagallo era sempre stata in ogni suo aspetto una curiosità di tipo quasi scientifico, perché queste vite, a modo loro straordinarie, gli erano apparse fin da subito – prima solo a livello di sensazione e poi consapevolmente – l’esatto al di qua di ciò che si stava sforzando di riconoscere e definire dentro e fuori di sé col nome di disincanto, l’eccezione irriducibile rappresentata dalla pratica quotidiana della superficialità più tetragona e candidamente arrogante. C’era qualcosa di romantico e di grottesco nelle esistenze divistiche e periferiche degli uomini-pappagallo, qualcosa che, al momento della morte di uno di loro, si coagulava tutto nell’enfasi epica della celebrazione funebre per poter essere poi subito dimenticato, come una mongolfiera irrimediabilmente sgonfia. Si trattava di vite perfettamente aleatorie che, per comprendere il disincanto in se stesso e se stesso nel disincanto, Peter si era sentito obbligato a indagare a fondo, fino a scoprire lo strano mistero della loro retorica.
Quella sera, però, gli uomini-pappagallo fecero capolino nella sua vita in modo davvero imprevedibile (ovviamente, date le circostanze, nella sola tipologia del seduttore professionista): egli infatti cominciò a immaginare il mondo sotto forma di un’immensa voliera affollata appunto da questi coloratissimi uccelli esotici dalle fattezze umane che, chiusi al suo interno, trascorrevano il tempo a dividersi, senza soluzione di continuità e tra un rituale di corteggiamento e l’altro, i favori della Lady, unica pavoncella fra tanti maschi, impegnata a soddisfare con cinguettante entusiasmo i desideri, perennemente risorgenti, di tutti. Quante oscenità possono nascondersi nel gran chiasso di una grande voliera sovrappopolata! Peter, sentendosi stremato nel morale da quello spettacolo immaginario di volatili viziosi e antropomorfi, iniziò a barcollare senza rendersene conto, inducendo la Lady, che nel frattempo invece si era accorta che qualcosa in lui non andava, a fermarsi e a chiedergli preoccupata a cosa stesse pensando. La risposta di Peter fu quasi stizzita: “A niente. Mi stavo solo chiedendo se questo stramaledetto teatro esiste per davvero o è solo un’invenzione dei matti che girano qui intorno!” Lei allora era tornata sui suoi passi e, dopo avergli sfiorato appena le labbra con un bacio fragrante di oscuri aromi esotici (bacio che, anche se solo per un istante, lui aveva supposto comunque di voler evitare), aveva sussurrato al suo orecchio una sorta di preghiera: “La verità, per favore…” “È che penso che ogni rapporto umano sia patologico: un misto di banalità, menzogne, omissioni, ipocrisia, retorica e opportunismo, in cui la verità è terribile e l’onestà, quando c’è, senza grandezza…” “Ma non l’amore. Perché l’amore ha come unico obbligo, ma più onestamente dovrei dire scopo, quello di essere vero. Il vero amore è un particolare di troppo che rende universale lo stretto indispensabile, no? Me l’hai insegnato tu, questo! Però, se per avere senso deve essere soltanto vero, diventa poi una perdita di tempo e uno sperpero di energie che ci si sforzi di renderlo anche esclusivo, fedele, ufficiale, coniugale e blablabla, tutto quello che ci aggiunge la gente alla maniera delle decorazioni delle torte, che poi a conti fatti ottengono il solo risultato di renderle volgari come quelle dei matrimoni. La verità non può avere nulla di accidentale, giusto?” 
Teneramente essenziale nell’alludere a un richiamo severo, l’idea solitaria della verità delle cose non era mai stata restituita a Peter in modo così cristallino e fragile, limpido ed esigente come dall’ascolto grave di quelle parole pronunciate dalla Lady. Essa si diffondeva in principio dalle labbra dell’amante sino alla sua coscienza, facendo in modo che questa sperimentasse da subito, come in un tuffo dal trampolino più basso, tutta la determinazione di un’inimicizia giurata nei confronti degli approcci seduttivi della volontà, rivelata superba anche nelle vesti apparentemente innocenti e gentili della speranza; quindi si chiudeva alla perfezione dal pensiero della Lady al suo quale chiave di volta di una bellezza singolare e sufficiente a se stessa di fronte al giudizio dello specchio della propria, massima giustizia; infine, col sapore terroso che gli lasciava in bocca tramite la voglia arida di un lungo bacio, non gli negava nulla dell’austera concretezza dei propri orizzonti spiegati a cingere una realtà grigia, disertata dagli auspici e invulnerabile alle promesse. Fu come se tutto il mondo e la vita intera si fossero squadernati all’improvviso davanti a lui nella forma esageratamente artificiosa, a volte solo volgare, altre invece anche insincera, di un mobile in stile: il disincanto, sfuggendo in parte all’azione di controllo del D.O.G., tornava così a rispondere allo stimolo rappresentato dal gusto insipido e uniforme delle cose sebbene in modo meccanico, fisico, con una serie di crampi di nausea localizzati al centro del suo stomaco mentre qualcosa di caldo e doloroso ricominciava a battere dentro di lui, come se fosse in corso un’infezione.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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