L’UOMO DISINCANTATO – Un incontro veneziano: la scrittrice gotica

“Posso chiederle perché porta quel ridicolo cappellino con la veletta e una specie di gallo cedrone in cima, signorina?”
“Lei è un uomo davvero indisponente, sa? E non mi chiami signorina, si ricordi sempre che io sono una scrittrice, un’artista!”
“Beh, scrittrice… io direi, più oggettivamente, che lei scrive. Quando sento parlare di scrittrici io penso, che so, a Virginia Woolf, a Jane Austen, a Charlotte Brontë, ma non certamente a lei …”
“Perché, io cosa sarei, secondo lei?”
“No, non mi faccia questa domanda, la prego, mi consenta di conservare, in questo splendido e tranquillo pomeriggio veneziano, accompagnato dagli ottimi Margarita del nostro barman, quel briciolo di galanteria che la mia educazione più o meno tradizionalista mi ha lasciato in eredità …”
“Eh no, a questo punto lei deve parlare, deve dirmi assolutamente tutto quello che pensa: io lo pretendo!”
“Beh, visto che lo pretende in modo tanto categorico, non posso più esimermi, signorina; ma, sia ben chiaro, lo faccio solo per un senso di naturale e premurosa accondiscendenza di fronte a una richiesta formalmente tanto appassionata. Ebbene sappia che per me lei non è altro che un concentrato d’ignoranza e di vacuità; un piccolo, circoscritto fenomeno da baraccone editoriale, rivolto di fatto solo a un pubblico di adolescenti autolesionisti e di maturi onanisti, tutti, femmine e maschi, allo stesso modo congregati dalle maschere di un ridicolo romanticismo in salsa kitsch, che da anni tenta invano di nascondere dietro grotteschi rituali pieni zeppi di penose allusioni pornografiche sempre furbescamente colorite da gotici svolazzi e quindi ogni volta più fiacche e ripetitive, il tragico e lampante dato di fatto di non avere alcun vero talento per la scrittura. Eh sì, perché la sua penosissima prosa da sussiegoso diario adolescenziale, mia cara, manca della benché minima consapevolezza: è uno scorrere episodico di pensierini dalle miserabili ambizioni liriche, drammaticamente privi sia di acume sintattico che di quella verosimile unità che i veri scrittori chiamano stile. Lei non sa raccontare uno straccio di storia senza sdrucciolare in qualche fumisteria a buon mercato e, per sopravvivere a se stessa, mentre quotidianamente improvvisa dal niente e sul nulla, deve appigliarsi, meglio se in pubblico e il più svestita possibile in modo da raggranellare il massimo dell’attenzione erotizzata, e perciò servile, a sua disposizione, a un trito cascame di frasi a effetto simili nella loro funzione a certi aulici movimenti che eseguiva sul set, con tutta la solennità richiesta dalla mancanza del sonoro, una famosa attrice italiana dei tempi del cinema muto, tale Francesca Bertini, quando si aggrappava alle tende di scena per sembrare poi più credibile nel successivo, pianificato svenimento. I suoi romanzetti, cara signorina, rigurgitano di tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili: vi si trova una teoria infinita di accoppiamenti e di corpi nudi, preferibilmente belli, insieme a maldestre contaminazioni linguistiche tra antico e moderno che lei, notoriamente scrivana troppo superba per abbassarsi a studiare e per essere una lettrice perlomeno attenta dei capolavori altrui, pretende di poter cesellare, rendendosi ridicola, con la stessa, raffazzonata rozzezza di un muratore apprendista chiamato a preparare il fondo per un affresco di Michelangelo; per tacere delle allusioni alla politica, gettate qua e là alla rinfusa con tutta l’impudenza di chi come lei non ha mai elaborato alcuna verosimile convinzione e che quindi scadono, innocue e inutili, nel decorativismo retorico fine a se stesso, e ancora della presenza, ovunque sovrabbondante, di sangue e di sperma: un vero e proprio fiume di liquidi organici che trasuda inutilmente dalle sue pagine meglio e più che in un laboratorio di analisi cliniche! E che dire poi di tutte le goffe perversioni sessuali che, mi creda, non considererebbe credibili nemmeno il marchese de Sade al tempo della sua massima fregola? Vede, per manifestarle la mia fondamentale simpatia nei suoi confronti, ora tralascio addirittura di approfondire una riflessione, che pure mi verrebbe spontanea, sul suo periodare che mescola in modo davvero pacchiano urla, silenzi, punteggiatura nevrotica e divagazioni liriche di abbagliante inutilità; così come mi astengo dal renderla partecipe della mia opinione, non proprio lusinghiera, sul suo patetico ostentare da più di vent’anni gli stessi modi e le medesime, truccatissime fattezze da Lolita, nonostante la sua età anagrafica  possa  ben dirsi ormai spietatamente più prossima a quella di un’ipotetica prozia dell’eroina di Nabokov…”
“Lei è un mostro di cattiveria, un autentico mostro di cattiveria!”
“Però sono un cultore dei buoni cocktail e qui al bar Dandolo ne fanno di deliziosi: posso offrirle un altro Margarita?”

(estratto dal terzo volume)

©Andrea Rossetti

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