L’UOMO DISINCANTATO – Un altro centro di gravità (2)

Entrambi, sebbene ciascuno dal punto di vista del suo proprio disagio, percepivano oramai ogni più recondito istante del loro legame trascorso, fino a considerare l’intero ventaglio delle mode e delle occasioni preferite, come pure la gestualità tipica e il lessico che le avevano sempre accompagnate, attraverso le maglie strette di un’affettuosa impotenza contemplativa, quasi fossero state le case – vuote e irrimediabilmente pericolanti – di un borgo antico e un tempo felice squassato però all’improvviso da un terremoto, la cui sopravvivenza fosse ancora in grado di assumere un suo minimo, essenziale significato da una parte quale romanzo di rovine, e quindi dell’inagibilità del passato allorché capiti che questo si rinserri in se stesso offrendosi al pensiero, alla maniera del ramo estinto di una famiglia aristocratica tra tutti quelli dell’albero genealogico, esclusivamente nelle vesti severe di un’entità taciturna della memoria, e dall’altra come educazione sentimentale del tempo presente rispetto alla necessità del proprio affrancamento, da compiersi mediante una rapida abitudine alla prospettiva dell’abbandono e della migrazione.
Certe situazioni, grazie alla loro languida opacità marginale, lasciano venire a galla meglio di altre, di sicuro più rimarchevoli ma proprio per questo poco adatte all’uso, l’idea che la vita umana dovrebbe somigliare senza troppi sussulti alle vicende del moto regolare e incessante della ruota di un mulino ad acqua, che quest’ultima, docile quanto impetuosa, muove grazie al suo scorrere ininterrotto, sfiorandola appena con gran parte dei suoi flutti e solo in minima quantità finendo, all’opposto, da quella effettivamente raccolta e subito riversata nel corso di un perenne saliscendi che, nonostante l’inesplicabile imprecisione della sua attitudine sospesa tra la carezza e lo schiaffo, appare al disopra di tutto assiduo, come un gesto d’amore materno; e al pari di quell’acqua, che se muta di continuo nel flusso della corrente resta poi però sempre identica a sé nell’essenza, e della stessa ruota del mulino, che per il suo movimento prende a modello la circolarità del tempo naturale dei mesi e delle stagioni nel quale la ragione del transito si fonde perfettamente col sentimento della continuità, anch’essa – la vita umana cioè – dovrebbe addirittura svolgersi e scivolare via senza incappare mai in crudeli spaccature, conservandosi sino alla fine quale conseguenza lineare, presente e futura, del proprio passato; e quando pure delle dissonanze dovessero manifestarsi nel corso del tempo, esse somiglierebbero allora a quegli strani accordi musicali che l’armonia tonale, da par suo esatta e precisa, non manca mai di riassorbire mediante la grazia disciplinata di una risoluzione, perché ogni incaglio avrebbe sempre conseguenze lievi, tali da non causare vere e proprie interruzioni della continuità (come accade invece in concomitanza con avvenimenti senza ritorno, ad esempio la morte di una persona cara o, nel caso di Peter e Francis, la fine della migliore tra le amicizie e la sua trasformazione in qualcos’altro, per effetto dei quali il tempo trascorso, imitando ciò che fanno le corolle dei fiori a tramonto inoltrato e mentre già incombe la notte, si chiude di fronte al presente e al futuro consegnandosi all’esclusiva egemonia dei ricordi, ai quali da quel momento in avanti secondo natura non più la vita ma la sola memoria sarà in grado di attingere), bensì alla peggio delle decelerazioni variamente complicate, del genere di quelle che, per riprendere la similitudine del mulino ad acqua, possono disturbare il regolare funzionamento della ruota quando un ramo spezzato spinto dalla corrente oppure, con una sinuosità delicata e dagli effetti meno dannosi, le fronde troppo lunghe di un pioppo ricurvo e di un salice piangente, intrecciatesi come i capelli sciolti di una naiade nuotatrice, s’incastrino tra le sue pale intralciandone il moto.
Sul momento, ovviamente, tutti questi pensieri giungevano a Peter soltanto sotto forma di disordinati condizionamenti sentimentali, come il travaso fin troppo diretto del dolore per l’ennesima, brusca frattura che, dopo quelle legate alle morti ravvicinate dei suoi genitori, stava ancora una volta oltraggiando la sua vita imponendole la necessità irreversibile di un altro luogo della memoria; ma in seguito egli avrebbe raggiunto la consapevolezza che in quel suo desiderio caotico di distaccarsi senza indifferenza, di tirarsene fuori senza cinismo, di esserci comunque, sebbene da spettatore appassionato, facendo così della sua vita una partita a tennis tra la nascita e la morte destinata un giorno a interrompersi solo all’ultimo set dentro un banco di nebbia, era il disincanto che, usando senza precipitazione le duttili ma scarne potenzialità offerte dalla periferia immatura della sua coscienza, andava delineandosi dentro di lui, adombrando quei tratti distintivi che in embrione già gli appartenevano e che negli anni a venire avrebbe saputo riconoscere con sempre maggiore libertà nella compiuta trasformazione della sua natura in ragionamento: l’adesione alla bellezza essenziale di un vivere dilettantesco e appartato e una condotta sempre ispirata da quella stravagante aridità cordiale e compassionevole rispetto alla quale l’essere inglese l’aveva oggettivamente avvantaggiato, e in misura notevole, sin dall’inizio.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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