L’UOMO DISINCANTATO – Soliloquio finale e congedo sulla terrazza dell’Hotel Danieli a Venezia (integrale e definitivo).

Col trascorrere del tempo – e soprattutto invecchiando – mi sono convinto che colui che di solito viene definito un santo non è affatto un uomo che non pecca o che pecca di meno; e questo principalmente perché il peccato non è la trasgressione di un precetto, come a lungo e almeno qualche volta anche in buona fede ci è stato raccontato fin da bambini. Santo è invece chi riconosce nella sua esistenza una vocazione alla verità e alla libertà, che non possono essere disgiunte se non a prezzo di confondere la vita, che è un mistero sentimentale, con la sopravvivenza, che è un istinto materiale. Il santo non è necessariamente un brav’uomo, anzi potrei dire che non lo è quasi mai: egli è piuttosto per il mondo un malato di mente, uno che non parla delle cose visibili bensì levigando le sue parole – tutte – con la lima dell’invisibile; è un logico informale, una poesia fatta di carne, un giullare di Madonna Nullità.

Non è col disordine che si fa il male, bensì con l’ordine coatto, sopravvivendo senza lasciarsi tentare dall’assurdità di una vocazione qualsiasi, accondiscendendo soltanto ai luoghi comuni, rivendicando la libertà unicamente in forma di corale obbedienza ai precetti di una vita viziosa oppure virtuosa. Ma Dio non è sociale, perché non è potere ma amore.

Un santo non teme la propria ignoranza, anzi ne ha premurosa compassione, e sa bene che la rovina non può venirgli da quello che fa ma da come lo fa e perché: un uomo infatti non sa mai quello che fa – Padre perdona loro! – ma è responsabile, al limite e dolorosamente, dei mezzi che usa e delle sue motivazioni. Cose ben diverse sono infatti peccare e fare il male: chi fa, sbaglia davvero per il solo fatto di fare; di sicuro non per quello che fa, dal momento che il vero peccato è solo originale ed è ignoranza nel fare, giammai malvagità del fatto. Si fa il male in ordine alla responsabilità ma si pecca soltanto in ordine alla necessità. Il destino dell’uomo non è tanto la morte quanto il fraintendimento: in fondo la morte non è altro che vita definitivamente fraintesa. Ed ecco perché, parallelamente, le recondite disarmonie delle intenzioni – ben diverse dalle dissonanze – sono rovelli tutti soggettivi, anche quando assumono vanagloriosi panni politici.

Quel che importa per davvero, quindi, è riconoscersi ignoranti, cioè peccatori: colui che mostra non sa guardare mentre colui che guarda non sa mostrare. All’incrocio di queste asinerie, di queste insufficienze, sta la messa in opera della poesia, sublimazione – senz’opera d’arte né parte – dell’ignoranza.

La parola della poesia – che non ha nulla a che fare con le parole delle poesie – è vertice e coronamento della compassione dei santi per la propria ignoranza: essa li consola e realizza ipotesi di mondo e di pensiero senza che queste cessino di essere insondabili. In realtà nessuno sa fare poesia né sa di farla; essa guizza inattesa, sorprende e lascia attoniti nell’ideale dolcezza che non conosce colpa perché tutte quelle possibili si arrestano incompiute, senza fiato di tempo sul quale deporsi. Perché se nel vivere, che facciamo senza sapere, siamo almeno responsabili delle nostre ragioni e dei mezzi che usiamo, la poesia ci coglie invece sommamente inetti: non solo non sappiamo farla ma non possiamo proprio. Di fronte alla poesia siamo tutti soltanto ignoranti. Essa è una necessità che ci accade come un incidente, come un malanno nel quale le parole manifestano tutto il loro compatimento per gli uomini. Ciò significa che se i santi sono coloro che hanno compassione affettuosa della propria ignoranza (e in questo è perfetta letizia), la poesia è l’essenza impersonale e universale della santità; essenza che non è mai significato raffermo ma sempre molle significazione.

Per questo soltanto i santi comprendono la poesia che non capiscono mentre gli altri uomini hanno bisogno dei poeti e delle loro poesie: unità contro molteplicità. Non a caso il cattivo poeta è colui che pensa di nobilitare la vita di tutti con parole sue (a voler essere sincero fino in fondo, non credo ci sia nulla di nobile o da nobilitare: quello della nobiltà è un escamotage del potere, il blasone donato da chi guarda nella bocca dello schiavo che beatifica; d’altro canto il nobile ha meno dignità del liberto, figuriamoci del libero). Il buon poeta – che non significa giusto né vero – è viceversa un pornografo triste. Egli è colui che si spoglia di tutte le vesti possibili. Che il re fosse nudo lo si sapeva da tempo, ma un santo svestito diventa un poeta, un uomo inutile, senza più alcuna dignità, che però, dispensato anche dalla benedizione divina delle promesse escatologiche, può finalmente sparire alla Madonna. È un uomo nudo quello che sparisce alla Madonna; un uomo che non prende con sé la sua borsa, né il mantello e le scarpe, e che infine dimentica addirittura le mutande.

Solo un uomo siffatto, che rende se stesso la nudità in catene del potere (il potere che è fallo e quindi anche errore: tutto si gioca intorno al comune senso del pudore che lo vuole occulto), paradossalmente recluso nel carcere che è il fondamento metafisico, l’assioma morale, di quel potere, può fare del proprio grido dalla prigione un linguaggio purificato, terso perché incomprensibile, e alla fine tacere cantando come fa la musica non spiegata del moto celeste dei pianeti. Si spiegano le lenzuola, le tovaglie oppure le vele, ma sulle parole non si dorme e non si mangia, con le parole non si prende il largo: al contrario, in esse si veglia, si digiuna e si sta, naufraghi appassiti in una bonaccia infinita. Il linguaggio al di là del potere è un ultrasuono: l’autentica poesia, l’essenza stessa della profezia, che Dio, nella sua infinita misericordia, ha negato agli uomini e riservato ai cani e ai pipistrelli.

Il poeta è davvero un pornografo triste; egli, da nudo, dipinge prostitute, le esibisce senza chimerico compiacimento e con piena consapevolezza. Se una prostituta nell’essere di tutti non è in realtà di nessuno (nemmeno di se stessa, giacché l’improprietà è il modo di stare al mondo degli espropriati per pubblica inutilità), una prostituta dipinta è l’immagine universale di questo sottrarsi al possesso, di quest’abissale mancanza di verità del suo essere disponibile. Distanza che smentisce l’avvenimento, frattura insanabile tra visione e paesaggio nella quale la tristezza del pornografo s’insinua, incontrando il progetto di fuga di un galeotto. Non parlo della fuga di un corpo – è chiaro – ma dell’ineffabile spirituale, forma irriducibile dell’inafferrabilità nonostante l’inseguimento formale dei secondini volenterosi.

È una questione d’insufficienza radicale: morale, logica e ontologica. L’uomo nasce in galera, è un ergastolano a priori. L’ergastolo è la condizione – clausola e presupposto – dell’esistenza.

Il triste poeta pornografo è quindi anche colui che fugge, un evaso che paga a caro prezzo il suo atto di rivolta. Perché, se è vera l’equazione uomo vero = ergastolano, chi fugge di galera cessa prima di tutto d’essere un uomo vero. Così, non essendo più tale e inetto a maggior ragione a diventare dio, il poeta in fuga, che si disconosce come fuggitivo e continua a vagheggiare la propria scarcerazione (l’ignoranza radicale dell’insufficiente di cui ho già detto), sparisce alla Madonna e, come Dafne inseguita da Apollo, diviene nella sua desolazione l’essenza inquieta della propria salvezza. Egli si ritrova nei panni di un attore che agisce sul palcoscenico di un vuoto indicibile, al centro di un gorgo votivo che, letteralmente e mai letterariamente, sprigiona non più il poeta, che è in fondo l’aborto di un ruolo, ma la poesia stessa; egli è, insomma, un uomo disincantato.

A questo punto del mio cammino – perché c’è sempre un momento in cui il turbine interiore di parziali verità e di imperfette contraddizioni si evolve rispetto alla coscienza in quello stato complessivo di massima chiarezza possibile che prelude fatalmente alla maturità, anche anagrafica, di una specie di manierismo esistenziale – la sola cosa che so fare davvero bene – e che se, al pari di chiunque altro, non fossi stato indotto dalla relatività prospettica del tempo, inaugurata, unicamente per me e nondimeno pure nella forma universale del solito conto alla rovescia, nel momento esatto della mia nascita, a percepire e a compiere l’esperienza di me stesso nel mondo dal punto di vista di una stramba illusione vettoriale (ovvero, e rigorosamente a seguire: infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia), facendo corrispondere ogni singolo giorno a una nuova tappa del mio lento apprendistato sentimentale, il quale, potendosi concludere, tanto quanto la vita stessa, non per un completamento effettivo ma solo a causa di una brusca interruzione (se fossi uno sfrontato provocatore delle mie paure la chiamerei come si deve, cioè morte), in questa sua fatale perfettibilità dura tutt’ora, avrei potuto riconoscere con chiarezza sin dall’inizio quale unica vocazione senza dubbio accordabile con l’intransigente smarrimento non meno che con l’incredulità passionale del disincanto (che in fondo sta all’esistenza umana, o quanto meno alla mia, come un basso continuo di clavicembalo sta a un concerto barocco) – è consumare il tempo restando a debita distanza dalle persone e dai fatti. Non però da triste misantropo ringhioso e diffidente ma da persona che al contrario sa godere dell’al di là da sé – che si tratti di un paesaggio, di un affetto, di un viaggio, di un incontro o anche semplicemente di un’auto nuova se non addirittura di un calice di champagne servito alla giusta temperatura – con la lieve e fortunata libertà dell’uomo benestante, il quale, potendo evitare a priori il triste capestro delle preoccupazioni per i bisogni primari, ha poi tutto il tempo di far evolvere nella confortevole sicurezza di una vera e propria abilità materiale il suo innato istinto per la giusta distanza, posta esattamente a metà strada fra il disinteresse e la passione, grazie alla quale quanto di spirituale penetra la realtà diventa finalmente principio di un piacere tenue e disimpegnato. L’esito duraturo, quello davvero semplice e buono, del disincanto è infine proprio l’alleggerimento della vita intera, che in santa pace può farsi umano e immediato piacere, senza patire l’obbligo di dover andare per forza da qualche parte, lieta di durare il giusto, come memoria e attesa di piccole estasi riproducibili al di là del vizio e della virtù. E ancora: quelli che per qualunque persona sono desideri da realizzare e progetti da portare a compimento diventano per un uomo disincantato altrettante parti in commedia, nelle quali egli può entrare a proprio piacere e da cui, conservando la medesima disinvoltura, è in grado di uscire a tempo debito, col garbo necessario ma in ogni caso amorale e spassionato del teatrante, non appena si trovi di fronte alla prospettiva avventurosa di un nuovo e più appetibile personaggio oppure abbia semplicemente esaurito la voglia di concedersi altre repliche nei panni di quello che sta interpretando. Nel grembo inesorabile e lieve del disincanto, la vita intera non è dopotutto che la massima estensione del dominio della fantasticheria, spinto ben al di là dei modi più ancora che dei tempi della fanciullezza; ed è pure l’estremo esercizio di un’incompatibilità definitiva, sia fisica che morale, nei confronti del meschino retroterra in cui con empirica pesantezza accadono i fatti e si compiono le azioni; e infine è la durata faticosa e contorta dell’assoluta inettitudine – che nondimeno, mitigandosi, matura a poco a poco nei più facili costumi di una melliflua indifferenza – rispetto alla verità morale dei doveri e dei piaceri, non però secondo l’immoralità del libertino, che per essere tale deve pur sempre giocare la sua partita scandalosa allo stesso tavolo del moralista scandalizzato, bensì in grazia dell’innocenza libera e assoluta di un interprete che, senza mai scivolare per sua natura nei vaneggiamenti del mitomane o nelle cattive abitudini del nevrastenico, si cala di volta in volta nel suo personaggio. Come l’arte leggera dell’attore, a differenza di tutte le altre, è fatta per l’attimo che passa e non per la storia che rimane, e, scritta soffiando la voce sul pelo dell’acqua, non esige per aver luogo che un pieno d’aria da spingere su col diaframma sino alla nascita fulminea delle parole e poi, per uscire di scena all’ultima battuta, nient’altro che un sipario qualsiasi da calare, così l’esistenza di un uomo disincantato, se messa a confronto con quelle degli altri, non è che una prolungata rinuncia gentile e drammaticamente piacevole alla vita stessa, ovvero una perseverante omissione di sé che, fino a quando deve, egli trascorre irresponsabile e senza importanza al di qua del bene e del male (perché – va detto – un uomo disincantato considera il suicidio un gesto troppo assoluto per non dover essere anche rinviato all’infinito ma non si nasconde neppure, grazie al suo ininterrotto noviziato, di poter vivere per davvero soltanto sembrando qualcun altro che vive).

Tutto ciò perché, nel caso in cui, grazie a una provvidenziale incongruenza onto-bio-logica, gliene fosse stata data la possibilità giusto un istante prima del fatale accoppiamento tra i suoi genitori, un uomo disincantato, obbedendo alla più intima verità della sua natura, avrebbe chiesto senz’altro e con la massima risolutezza di essere dispensato dall’obbligo di venire al mondo, e questo non in seguito a noia o a disperazione, che sono appunto sentimenti che hanno senso unicamente “in seguito”, cioè a partire da un’esistenza già bell’e cominciata, e che possono quindi appartenere soltanto a chi crede, o comunque per qualche tempo ha creduto, di avere davvero qualcosa da fare nel mondo, ma semplicemente per un oggettivo disinteresse, tanto misterioso quanto incondizionato, per le cose, gli avvenimenti, le possibilità e addirittura per gli affetti messi dal caso a sua disposizione nel corso del tempo. Disincantato è chi, riconoscendosi estraneo ai fatti – tutti i fatti – come un innocente ingiustamente processato per un delitto che non ha commesso, non riesce poi, proprio per questa sua sconcertata e genuina innocenza, a farsi coinvolgere fino in fondo dal gioco ordinario dei desideri e delle promesse, che in fondo a sé percepisce soltanto come penose afflizioni; perché davvero non avrebbe mai sognato di essere messo di fronte al proprio voler vivere come a un fatto compiuto, e tuttavia, essendosi trovato invece nella condizione di doverlo accettare, non può nemmeno sentire la voglia – perché la voglia appartiene alla pienezza del volere – di suicidarsi. Non sarebbe neppure esatto, quindi, mettere un uomo disincantato nel grande calderone dei tanti che banalmente si limitano a non amare la vita a causa delle molte difficoltà e imperfezioni che infiltrano la sopravvalutata concretezza del suo quotidiano, perché il suo cruccio è appunto la quotidianità in quanto tale: non c’è alcun dubbio, infatti, che adorerebbe la vita se solo questa avesse una diversa unità di misura, meno miserabile e riduttiva. Al contrario dei disillusi e dei disamorati, l’uomo disincantato è a tal punto attratto dalla vita da non essere in grado di sottrarsi alla vertiginosa apatia che gli viene dal poterla assaporare soltanto mista a lutti, come un bene minore, e comunque coi piedi sempre più sottoterra che per terra; e così, suo malgrado, finisce per custodire questo suo amore straordinario arrangiandolo all’inevitabilità della distanza e alle emozioni fragili ma preziose dell’incompletezza, con la stessa fedeltà appassionata che si riserva alle grandi relazioni adulterine.

L’ordine, la logica delle cose, e potrei spingermi a dire persino tutta la matematica che è sottintesa nell’esistenza, è ciò che dà un senso alla confusione e un significato all’immaginazione, mantenendo così la complessità della nostra vita in un equilibrio moralmente virtuoso, eccitante proprio perché mai definitivo, tra l’accettazione dei doveri che ci sono imposti dall’aridità e il godimento dei piaceri che siamo capaci di sgraffignare alla follia.

Per questa ragione ciò che oggi rimane di una grande promessa del tennis degli anni ’70 come me non potrebbe sopravvivere – sempre a partire dalla più assoluta mancanza di pretese – se non nei panni di un maturo matematico dilettante, che vive con la testa tra le nuvole e il corpo segregato in casa come Kurt Gödel, che distrattamente si nutre soltanto di frutta, insalatine e zuppe di legumi, che ha un guardaroba pieno zeppo di cardigan e di completi di velluto a coste larghe fuori moda e per niente eleganti e che tiene in salotto una finta voliera a forma di campana di vetro piena di svolazzanti uccelli tassidermizzati; oppure, all’estremità opposta del medesimo disincanto, in un lunatico e indolente uomo di mondo, dall’eleganza proverbiale, fumatore di sigari rarissimi, collezionista di vini pregiati e d’arte contemporanea, appena un po’ vanitoso nello sfoggiare con ostinazione i suoi morbidi capelli lunghi, rimasti sorprendentemente castani, e la barba curatissima, sebbene ormai imbiancata quasi dappertutto, al quale, nei salotti del bel mondo e durante i vernissage o le fiere d’arte, che, a dispetto di un temperamento incline a farsi sempre più introverso, si ostina a frequentare con la costanza celestiale del grande attore giunto, apparentemente senza fatica, all’ennesima replica dello stesso spettacolo, tutti dicono, fino a disincantare in ebbrezza persino la progressione inesorabile della sua nausea: “…sai che sei più affascinante adesso di quando hai giocato a Wimbledon?”; un tipo, in sostanza, che chi ha letto Proust potrebbe tranquillamente definire ‘una specie di Swann’, cosa che trovo davvero mi vesta a pennello, come e meglio di un abito di Savile Row.

C’è un momento molto crudele nella vita degli uomini, collocabile quasi sempre intorno al tramonto della maturità, in cui il solito sentimento del tempo che passa, mentre si rende irrefutabile, spinge alcuni a estremi e smodati abbandoni a una vitalità frenetica e quindi anche all’ossessione quotidiana per una leggerezza allegra e compulsiva, non di rado accompagnati dalla fede cieca nel più disperato dei tanti rimaneggiamenti ai quali si presta l’idea di giovinezza: quello che, dopo averla ridotta a un attributo, la sottrae addirittura al corpo per consegnarla allo spirito. Tuttavia non per me. Fin da ragazzino infatti, sebbene allora in modo più intuitivo che consapevole, queste persone mi facevano pensare a qualcosa che, nella sua assoluta ovvietà, si guarda sempre sovrappensiero, senza mai farci caso, quando ci si trova sotto le pensiline e sui marciapiedi di transito che stanno lungo i binari della ferrovia: il fatto cioè che nel momento in cui il treno parte e mentre poi accelera e accelera ancora il movimento delle mani che salutano, dai finestrini così come a terra, si fa sempre più rapido, smanioso, eccessivo, alla ricerca di una velocità nel congiungimento che superi il più possibile quella del commiato. E questo pur sapendo benissimo che alla fine tutto dovrà passare comunque, puntando dritto al momento in cui quanto non sarebbe mai dovuto accadere non sarà più distinguibile da ciò che non sarebbe mai dovuto trascorrere. Oggi qualcuno ci lascia, domani saremo noi a lasciare qualcuno; funziona così, la natura: la bellezza di un roseto non è appannaggio di un’unica rosa, per quanto mirabile e perfetta essa si mostri ai nostri occhi, ma sarà sempre nell’equilibrio misterioso e privato tra le vicende della fioritura e quelle dell’appassimento che esso, nella sua intricata interezza, riuscirà giorno dopo giorno a contenere.

Direttamente proporzionale al trascorrere degli anni e alla decantazione, sempre in crescendo, della solitudine, il sentimento del naufrago sopravvissuto oggi si fa largo con la sua forza dolciastra, aprendo finalmente alla ragione la possibilità d’intendere che, al di fuori di quel che ho chiamato disincanto, ogni istante, e addirittura la nascita stessa, ovvero il grande debutto del tempo a disposizione, non è in sé che una funzione della sopravvivenza compulsiva.

Nulla ha più il potere di deludermi perché finalmente ho messo da parte ogni attesa trepidante e giovanile di qualcosa di davvero decisivo, sia che debba venire da me, dagli altri o anche solo per un puro caso dal mio tempo residuo. E questa consapevolezza invero non mi rende affatto triste, casomai appena un po’ malinconico, ma mi accarezza dolcemente bella, come la sequenza struggente di un western crepuscolare, di quelli che una volta girava Sam Peckinpah.

Non ho mai smesso e ancora non smetto di progettarmi, ho soltanto cessato di considerare la realizzazione come parte integrante del progetto e della gioia che esso comporta: la vita non è un’architettura, è una cosaccia confusa, messa su alla rinfusa, piuttosto estemporanea, da sistemare almeno però con eleganza, come il papillon dello smoking.

Poi, all’improvviso, un’intuizione, una specie di folgorazione eversiva e marginale, cullata tra i lucori del perpetuo, indomito declino della bellezza evanescente di Venezia, e che, come al solito, da principio pare non avere né capo né coda, riesce invece a trapassare da parte a parte il senso di ogni mio pensiero, simile alla ferita indulgente e comunque accorata dei migliori tra gli amori infelici: e se il senso ultimo della vita fosse proprio quello di non avere alcun senso, se il suo vero scopo non fosse che quello di compiersi nell’inutilità più assoluta e quindi di mancare ogni significato scambiandolo con la semplice ingenuità di un qualsiasi desiderio?

È un fatto che da qui a cinquant’anni quasi tutti coloro che vedo adesso aggirarsi qui intorno, vicini su questa terrazza oppure distanti dabbasso, nelle calli, sui traghetti e sulle gondole, proprio come me che li guardo, saranno bell’e morti mentre i sopravvissuti saranno senza meno dei vecchi più o meno rincretiniti e ben avviati – vivaddio – a darci un bel taglio a loro volta.
Che senso ha quindi tutto questo feticismo fervente e compulsivo per la vita?
Che senso ha l’imperterrito cadere sempre dal pero di fronte all’ineluttabilità costante e imperturbabile della morte?
Perché ci si lascia governare dalla paura? Che senso ha avere timore di ciò che comunque siamo, di ciò che in alcun modo potremo mai fare a meno di essere?
Sarebbe dolce invece rimanere lievi, perché la bella vita è in fondo un’ebbrezza gentile; ha la rotondità semplice del sapore di un buon vino novello; è il primo bacio che sa restare comunque tale e quale anche nelle spoglie abborracciate di un’ultima carezza.
Ciò che insidia seriamente la vita non è affatto la morte, che in quanto sua conclusione naturale invece la comprende appieno, e ne è a sua volta compresa, ma la tristezza, l’abbattimento, che sono sentimenti giudicanti dallo sgradevole retrogusto di colpevolezza; e ancora l’ossessione dell’eternità, quale causa sciagurata dello sperpero di un tempo breve e irripetibile, e per questo dolcemente e tragicamente prezioso.

Il bello di avere l’età che ho è che per me ormai è impossibile soffrire per questioni inerenti ai rapporti umani.

Tutto ciò che è transeunte non può provocare dolore, altrimenti dovrei essere addolorato già per il solo fatto di essere me stesso.

Si dice giustamente, soprattutto tra i cattolici praticanti, che morto un papa se ne fa un altro; e altresì, tra i socialisti più convinti, che morto un re si può fare addirittura una repubblica.

I sentimenti sono una reazione chimica, mortale tanto quanto il loro oggetto e chi li prova; i sentimentalismi, invece, non sono che la paleontologia culturale dei desideri, e lasciano soltanto il tempo che non trovano.

Basta imparare a considerare la vita dal punto di vista razionale della logica anziché, come avviene praticamente sempre, da quello irrazionale dei sentimenti. Ciò accade perché i sentimenti ingannano appunto l’uomo col miraggio della felicità e lo rendono dipendente dal desiderio di raggiungerla sino a perdersi nel viluppo crescente e spinoso di relazioni in cui quel medesimo desiderio, radicandosi, infine si aggroviglia per poi manifestarsi in fioriture lussureggianti, tanto vivaci a prima vista quanto poi, di fatto, effimere. La felicità è un’illusione crudele e irrespirabile, a meno che non prenda la forma razionale della quiete, della solitudine beata e sapiente, dell’equilibrio di una partecipazione distaccata – in primo luogo rispetto a noi stessi e alla nostra esistenza fisica e morale – dato il destino finito e mortale di ogni cosa.

Le emozioni? Ben vangano, purché non creino dipendenze emotive che, di fatto, sono solo l’anticipazione della mortalità stessa nella vita e in forma di vita. Parafrasando il filosofo, emozionarsi-per-la-morte è del tutto insensato.

Quando mai il grande amore non è stato la dipendenza suprema, il signore assoluto, ciò che spezza la volontà e ogni altro desiderio? E ciò è possibile perché gli amanti rimuovono la coscienza che il destino di tutto questo non è affatto la tanto sospirata felicità assoluta bensì un ferocissimo dolore e che il suo fondamento, neppure troppo nascosto, non può essere in verità che la morte.

Attraverso la lente inesorabile e veritiera del disincanto io riconosco oramai con esattezza l’irrazionalità sostanziale e ingannevole di qualsiasi totalità – ovviamente totalitaria – affettiva e sentimentale (ciò che vale dunque per l’amore è valido anche per l’odio), della quale, infatti, adeguandosi di volta in volta ai modi della mia età anagrafica e addirittura alle caratteristiche specifiche di ogni singolo momento, la logica disincantata, che è lampante e anarchica e non ammette dipendenze o signorie di sorta, ha sempre smascherato la vera natura, mostrandomene tutta la ridicola, contraddittoria e soprattutto stucchevole nudità.

Nel corso della mia esistenza ho agito sempre al riparo di una schietta e assoluta mancanza di vocazione. Io, semplicemente, non sono mai stato chiamato ad avere alcun ruolo. Tutta la mia vita è accaduta per davvero solo dentro di me. Non ho mai avuto dei veri e propri talenti, quelli, per intendersi, fatti apposta per progredire, per essere certamente riconosciuti e quindi curati e messi a frutto, ma solo emozionanti intuizioni embrionali, non di rado – mi tocca persino ammetterlo – anche piuttosto brillanti. Il vero talento richiede infatti disciplina, rigore, piena immedesimazione; è un vortice che risucchia con forza sino al centro informe dell’esistenza e che le rende addirittura la giustizia di un significato, di un indirizzo chiaro e distinto; il talento somiglia in fondo a una spirale che a me, però, dopo le immediate suggestioni matematiche del caso, sulle prime fa venire in mente i serpenti costrittori, che sono capaci di passare interi giorni, con assoluta, olimpica calma, a sottrarre millimetro dopo millimetro il respiro e la vita a una preda ormai completamente avviluppata ma scossa ancora, di tanto in tanto, dai brividi ultimi della sua vana speranza. In questo caso la spirale ha quantomeno il vantaggio – direi l’onestà – di essere in tutto e per tutto impietosa e mortifera. C’è, però, un altro tipo di spirale, che potrei definire la sua oggettività metaforica, la sua digressione, la sua metamorfosi: quella cioè che va dalla stella filante di carta alla vite di ferro. Il talento è appunto una spirale che si presenta con leggerezza, proprio come uno scherzo di carnevale, ma che poi, giro dopo giro, si conficca nel legno sempre più secco della vita fino al punto che, quando infine arriva il momento inevitabile dell’estrazione, cioè lo strappo ideale della tenaglia della buona o della cattiva sorte, esso non potrà che cadere a pezzi o addirittura letteralmente sbriciolarsi. Un talento non può non diventare una vocazione, non può non farsi vita e così contaminarsi con la morte, in forma di memoriale del destino.

Io mi sono sempre accontentato dell’intuizione, di quelle fiammate improvvise che illuminano e quasi sempre si spengono con altrettanta velocità, senza fare danni, senz’altra conseguenza che un po’ di tepore e buon profumo di brace. La genialità chiama il disimpegno perché è intuizione senza determinazione, vita senza morte. Va e viene, sempre inattesa: è un po’ come quell’ospite tanto gradito quanto maleducato che ti piomba in casa senza preavviso.

Ecco perché oggi posso avere gratitudine per questa commossa malinconia, per i ricordi, gli incontri, specie se minimi e casuali, su tutti per i meno importanti, per questa mia vita dolce, che ho buttato via con un sensatissimo rigore matematico, che davvero non è mai andata da nessuna parte e mediante la quale ho dimostrato la geometria trascendentale del concetto di passeggiata. Quale migliore studioso vivente di me stesso, infatti, posso oggi senz’altro prevedere che tutto il tempo che mi resta, quanto che sia, non sarà diverso dal mezzogiorno che l’ha preceduto: un bel pomeriggio di buona luce, ideale per le foto ricordo, giù fino alla sera, senza paura, perché chi non ha mai fatto nulla non ha davvero niente da temere. Tanto il talento si fa filo mortale di vite quanto il genio va allegramente dissipandosi come la brezza del profeta Elia che, burlona, poteva persino fingersi Dio.

Tornando a noi, però dovrei forse capire cos’è accaduto veramente, perché se la natura non fa salti non vedo perché dovrei farne io. Un uomo disincantato non è affatto privo di curiosità, questo è un errore di valutazione che di frequente commettono coloro che si ritengono disincantati solo da un punto di vista moralistico.

A volte, infatti, io mi colgo ancora a pensare se ne sia valsa davvero la pena, di vincere da grandissimo giocatore quella mano di tanti e tanti anni fa, quella mano contro miliardi di possibilità biologiche contrarie, la mano che mi ha portato a fare il mio giro su questa giostra della vita, che mi ha reso un uomo qualsiasi e non il nulla di fatto tra uno spermatozoo sfortunato e un ovulo ritroso.

Non credo di avere un’anima, così come sono certo, invece, di avere in tasca un fazzoletto stropicciato, ma io devo almeno tentare di capire che cosa mi è accaduto per davvero, in quel tempo anomalo in cui mi sono interamente smarrito ancora prima di incontrarmi per davvero.

Per questo mi piacerebbe ritornare a Wimbledon, senza le racchette di un tempo, da semplice uomo benestante, da fumatore di sigari, tra i cottage e gli edifici ancora intrigati dal verde metodico dei giardini e dei parchi e appannati da un sole così bianco da sembrare strozzato dentro una corona viola. Mi piacerebbe tornare sì, da sudaticcio, da estivo latitante, bollente di dimissioni, con la barba lunga, i Ray Ban neri, gli occhi azzurri che scottano d’acqua e bruciano di sale e una camicia, sgualcita al punto giusto, che ricorda nel taglio e nel disegno quelle che portavamo allora, nel 1977, l’anno fantastico del grande torneo del centenario.

Il gin tonic nella mia bocca, vuota come il tunnel dell’amore di un Luna Park in disarmo, rallenta ma non spegne il ritorno a galla delle parole più dolci della Lady, sebbene esse appartengano ormai per sempre a un’altra stagione: “Abbracciami e nascondimi e non salutarmi mai”.

Con la calma incredulità che oggi posso mettere compiutamente a disposizione dell’indifferenza con la quale guardo ai miei giorni e in genere al senso indimostrabile e sempre più presunto della vita, dopo essermi affrancato una volta per tutte dalle confuse pastoie sentimentali che caricano l’esistenza degli uomini del peso di significati che essa – gracile, brevissima e insignificante com’è – non è in grado di sostenere se non avvitandosi senza costrutto attorno alla sopravvalutazione empatica di uno sciame confusionario di richiami nel quale si mescolano in eguale misura desideri, ansie, incertezze, entusiasmi e assilli speranzosi, mi guardo intorno sorridendo a distanza ravvicinata dagli oggetti anonimi che si offrono uno dopo l’altro alla mia vista, mentre me ne resto seduto nell’angolo migliore di questa grande terrazza elegante che adesso pare dipanarsi addirittura infinita davanti a me tra gli estremi candori dell’ombra e i primi tormenti crepuscolari della luce, e scorgo i tratti e le espressioni di gente vanamente spensierata, dai movimenti lievi e concreti, messa comoda dallo stesso, trasandato appagamento; e poi, distraendomi oltre ancora un po’, un’infinità di abiti, tutti chiari ed eleganti, scossi dal vento come un nugolo di vele spiegate alla gioiosa partenza di una regata.

Non c’è dubbio: gli uomini nascono tutti con uno sguardo buono, un misto di paura e di stupore; uno sguardo che in un certo senso abbraccia il mondo anche se questo rifiuta il suo slancio. Può farlo con sdegno oppure con cortesia, ma lo fa immancabilmente. Allora quello sguardo originario declina verso un grigiore attonito, mischiando un’altra paura e un altro stupore. La bontà che c’era s’incupisce nell’adattamento, vacilla nella noia, trova pace nelle ragioni della disillusione. I migliori, i più strutturati tra quegli sguardi, però, non sopravvivono senza reagire al rifiuto del mondo, smettono di vedere per diventare visionari e in loro si fanno largo e si separano, come le acque del Mar Rosso, il grido disperato della vittima e l’urlo feroce del carnefice. Non importa da quale parte finiscano schierati, perché un tiro di dadi non implica una scelta, quel che conta invece, nei carnefici come nelle vittime, è la percezione netta di un’origine comune, ed è in nome di questa dolorosa fratellanza che gli individui di entrambi i gruppi passano tutta la vita a cercarsi per compiere reciprocamente il proprio destino. Non per niente ritengo da sempre che la sindrome di Stoccolma sia senza dubbio la più precisa tra le metafore in grado di descrivere un’ipotetica psicologia generale della storia.

Gli uomini come me, invece, sono quelli che si collocano in uno strano limbo, nel quale vivono essendo perennemente dissuasi dal farlo in ragione della loro olimpica svogliatezza (una delle affermazioni preferite da Lord Finnegan, che pure non apparteneva a questa specie d’individui, era: “Pochi conoscono la magia della svogliatezza: non c’è convito d’amore più alto e riuscito di quello tra due amanti che non hanno voglia di fare un bel niente!”); sono quelli che quasi tutti i loro simili, lasciandosi sedurre nemmeno tanto sottotraccia dall’invidia sociale che da sempre ha ispirato la vanità delle rivoluzioni (non è per caso la rivoluzione un movimento che ritorna senza mai derogare su se stesso?) e dalla sommaria ipocrisia che ne deriva, definiscono ignavi e considerano alla stregua di inetti parassiti, privilegiati e abulici; quelli che per i credenti, infine, sarebbero addirittura da identificare con l’acqua tiepida di Laodicea vomitata dall’Amen in persona nell’Apocalisse. Ci sono casi, però, in cui alcuni di loro – ancora non riesco a dire di noi o, ben più verosimilmente, dirlo non avrebbe e non avrà mai comunque un senso, a prescindere dalla mia disposizione del momento – arrivano alla fine a ricongiungere l’essenza alle apparenze nel solco di un sentimento limite, il cui carattere fondamentale con un certo estro si potrebbe definire filodrammatico, troppo complesso da decifrare nella sua disarmante e immediata trasparenza a un tempo ragionevole e irrazionale e al quale perciò mi sono accontentato di attribuire appena il nome romanzesco di disincanto; e nel far questo essi trovano anche, senza nutrire mai pretese magistrali, quell’equilibrio armoniosamente difettoso che, come la volta troppo bassa della cripta di una pieve rurale quando incombe da molto vicino sulla testa di chi si avventura a esplorarla, piega l’assoluta indesiderabilità della vita umana allo spazio domestico di un coscienzioso culto personale mentre ne rimodella il tempo in una calma  liturgia delle ore più adatta al movimento imperturbabile della ruota panoramica di un Luna Park che all’immobilità del coro monastico di una chiesa.

Mentre scorre, l’acqua dei canali veneziani emette più o meno sempre lo stesso rumore, una sorta di fruscio singhiozzante che a volte, anche se solo per pochi minuti, riesce a innalzarsi in modo quasi sfacciato sino all’enfasi massima del fragore possibile oppure, ripiegando svelto verso una schiva essenzialità sonora che ricorda un po’ quella dei rigagnoli o delle grondaie, a farsi del tutto calmo, per poi raggiungere all’improvviso l’estatica perfezione di una quiete astratta e grandiosa nella quale l’unico suono davvero verosimile è quello assoluto del silenzio che, tanto immobile di primo acchito quanto invece scomposto in segreto, l’avvolge come un denso banco di nebbia zuccherina; un silenzio che vibra comunque di aloni luminosi e che è scosso in profondità dallo sciabordio liquido di diafani lampi inspiegabili e convulsi. Dandogli le spalle o trovandosi, come nel mio caso, conficcati nel seno angolare di una larga terrazza e avendo a disposizione dei sensi soltanto un rumore, un gorgoglio costante nutrito parimenti di ebbrezza e di disgusto, d’un tratto ci si rende conto che non è per niente facile distinguere davvero una fogna dal mare. Ebbene, alla nostra vita accade più o meno la stessa cosa: la sua componente fondamentale scorre via con fatica o perlomeno vagamente percepita, così che poi possiamo metaforizzare, dipingere, scrivere romanzi, comporre musica o addirittura progettare architetture e ponti, seguitando ciascuno giustamente quel che l’indole di volta in volta ci suggerisce. Ciò che avviene di fronte a noi, sotto i nostri occhi, non è che un vago destino contingente, tessuto dall’incrocio quotidiano tra la congettura dell’aria, l’oggettività della terra e il fuoco del tempo. La parte fluida della vita però, quella davvero creativa e dissetante, scorre invisibile dietro di noi che non possiamo fare altro che carpirne il segreto per tramite di molteplici supposizioni, le quali col tempo sanno farsi sempre più raffinate e complicate, entusiastiche negli anni giovanili, aggrovigliate e spinose in tarda età, e il cui comune denominatore è sempre tuttavia l’assenza impenetrabile di una possibile verità. Per questo la vita, che sia nascosta alle nostre spalle o che sia persa invece in fondo all’orizzonte, non può che avere sempre e solo una banale voglia di se stessa. Nel caso in cui poi, fuorviando, un innegabile lezzo dovesse infine raggiungerci, suggerendo con misteriosa impertinenza che ciò che scorre in lontananza oppure dietro di noi potrebbe non essere proprio l’acqua cristallina di una sorgente, ecco che in aiuto dell’arte verrebbe la tecnica, il ricorso all’inganno consapevole della civiltà, mediante l’offerta di un profumo – magari quello fattosi nel tempo il più fidato, il preferito – che sbiadirebbe la muta comicità dell’incertezza rendendoci più agevole anche la paura. Se non esistessero le profumerie saremmo tutti molto più aridi e angosciati: la produzione industriale dei profumi è senza dubbio uno dei più decisivi contributi della cultura alla conservazione della specie umana.

Comunque sia, mi rendo conto di sentirmi ormai prossimo – e disponibile perfino a conti fatti – a qualche forma certa d’addio. A premere in questo senso è anche il congedo faticoso dell’ultima modernità, quella subito precedente l’avvento massificante del concetto informatico di interfaccia, e quindi dei sistemi operativi e di internet. La mia vita è stata fin qui una specie di strana epopea crepuscolare nella quale l’incertezza perenne fra il tramonto e l’alba, simboleggiata alla perfezione dal passaggio dal legno alla grafite nella produzione delle racchette da tennis, di cui la leggendaria Dunlop Max 200 G – lasciata, in un ideale passaggio di testimone, da John McEnroe, incarnazione per me dell’essenza stessa del tennis, a Steffi Graf, magistrale nocchiera dal regno del maschile alla signoria del femminile – è l’emblema perfetto, coglie il mistero marginale di un tempo di mezzo, di un limbo ancora appena umanistico che la modernità e la post-modernità, nel loro rutilante non succedersi, avevano, chissà come e perché, completamente rimosso.

Devo onestamente confessare che l’umanità di questo terzo millennio, che si è appena dischiuso all’ordinaria e apparente scorrevolezza vettoriale del tempo, non mi piace affatto. A differenza di tutte quelle che l’hanno preceduta, essa sembra infatti davvero capace di portare a buon fine una conciliazione incantatoria tra la solitudine egocentrica delle menti e l’assembramento mondano dei corpi. Questa umanità inconsistente e vanagloriosa mi assedia ogni giorno, forte di un’invadenza terribile, da quello sterminato formicaio terrestre di solitudini socievoli che è. Nondimeno, più essa si concede così, con una normalità quasi innocua, al mio sguardo – mostrandosi in uomini e donne tutti egualmente ripetitivi e leggeri e simili a un’infinita teoria di panni bianchi stesi ad asciugare – e meno riesce a intrigarmi, imbevuta com’è di gretto anonimato, messa insieme con la medesima noia giocosa che ispira gli appassionati dei puzzle e composta da una miriade di monadi diligenti che, affidandosi senza incertezze alla credibilità generica del loro aspetto antropomorfo, camminano, sorridono, si abbracciano, si salutano, lasciando sempre e comunque trapelare all’esterno una sorta di sinistra mitezza, di tiepido languore alla moda. È un’umanità fanatica del più triviale – perché scontato – immoralismo, che si permette addirittura il lusso politico di dividersi in tradizionalisti e progressisti: i primi perché incapaci  di tradurre a priori e i secondi invece in quanto bisognosi, sempre a priori, di essere ancora più tradizionali dei primi per poter tradire senza rimorsi. Mi rendo conto di detestare anche l’ascetismo di massa, i catechisti in tour e le idolatrie un tanto al chilo; mi dispiace tutto ciò che è irrazionale, tranne l’azzardo perché quantomeno probabilistico. Parimenti disprezzo la moralità delle mode e le infinite maschere epocali dei soliti Montecchi e degli stessi Capuleti; e poi la bonomia melensa dei costruttori di ponti, ma anche la brutalità di coloro che innalzano muri e barricate. Perché tutto ciò che non è faticosamente e sinceramente individuale ma solo socialmente inaugurabile mi disgusta per noia preventiva; perché amo l’ombra e il silenzio, il pergolato e il frutteto, la serra e il giardino d’inverno, l’irripetibile che si deve tacere e quello che non si può duplicare; perché amo il bacio della gloria migliore, quella cioè che con adeguata presunzione sa di essere del tutto vana; e poi le passeggiate lente, timide di una sempre neonata verità, mano nella mano; le carezze, mai rubate e sempre restituite, tra i tasti del pianoforte o le corde della chitarra; e ancora le sinfonie poeticamente cantabili soltanto allo specchio.

Quest’epoca stramba che mi tocca vivere è – ahimè – assolutamente conservativa, tende cioè a stabilizzare il tempo, sottraendolo alla storia, alla narrazione delle epoche in quanto tali, in una sorta di statica bolla atemporale. Viviamo oramai in una società confusionaria che va facendosi paradossalmente stabile, che, galleggiando autoreferenziale sul pelo liquido di se stessa, compensa la produzione di una cultura sciatta e di un’arte deperibile, usa e getta, stagionale, fondata sostanzialmente sullo spettacolo e incapace di monumenti (e quindi di memoria) con l’ossessione museale della conservazione archeologica del passato nel presente.

Da questo atteggiamento rinunciatario e sostanzialmente recessivo della nostra età discendono anche due comuni, antropocentrici e grandi fanatismi: quello conservativo per l’ambiente, come se questo, contro l’evidenza scientifica delle sue costanti trasformazioni, potesse essere verosimilmente sottratto al proprio divenire (l’estinzione di una specie, per esempio, è sentita come una sciagura della quale colpevolizzarsi anziché come un evento biologico ed evolutivo avvenuto già milioni di volte e che ha infine reso possibile l’affermazione dell’homo sapiens) dall’azione dell’uomo, la stessa che, per una sorta di abbaglio conformistico, viene considerata altresì responsabile del suo presunto deterioramento; e poi l’idolatria della giovinezza e per la salute, che induce a pensare all’invecchiamento, alla minaccia della malattia e alla certezza della morte non più nei termini naturali di un ovvio destino ma come altrettante sciagure da piangere, da compiangere e da imbellettare con l’illusione salutista, di nuovo conservativa, della loro evitabilità.

Questa è un’epoca debole che, nel concepirsi per contrappasso troppo volitiva, si è condannata da sola all’irrilevanza di un tempo illuso e ingannato dalla bugiarda equazione tra atemporalità ed eternità, e quindi all’infinito lutto di se stessa.

Mi annoia davvero molto il piccolo mondo che mi sta intorno, rigurgitante di assordanti integralisti generici e di cause, tutte ovviamente sedicenti giuste, all’occorrenza pure spillate in petizioni da firmare come comunissime farfalle assurte agli onori delle teche soltanto per soddisfare la crudeltà domestica di collezionisti dilettanti e senza genio.
Però amo ancora e sempre, con la residua e bella follia che mi rimane, la musica, la letteratura, la matematica, le scienze naturali e poi ovviamente il tennis; e quindi transitivamente la voce della mia cara amica, della mia unica creatura, la mia vecchia vita, quand’era ancora sospinta esattamente tra la mia gola e le mie labbra, là dove, anche se volessi, non potrei fare a meno di sognarmi – per lo meno – felice.

Di fronte alla malinconia, diffusa e frastornata, di tutto il mio mondo, ricondotto dall’annoso lavorio del disincanto, così simile a una quieta inondazione che costa al corpo umano l’apnea inesorabile di una vita intera (sia al suo versante organico e alle sue leggi, sempre fedeli alla loro meccanica esatta ma poi, di giorno in giorno, capaci anche di ordire contro se stesse fallimenti eccentrici più o meno gravi, che al disordine ben limitato dei pensieri e dei sentimenti, appuntati allo spirito in ordine inverso d’importanza, come le farfalle ornamentali di una maniacale collezione sterminata, mediante gli spilloni casuali delle circostanze e sulla base di una mnemotecnica che ha almeno in fondo a sé, a renderla vivace, una logica leggerezza teatrale) e all’amore il più docile e mellifluo dei suoi egoismi, i miei antichi idoli tennistici, invecchiando secondo natura un bel po’ prima di me e impossibilitati al nascondimento a causa della notorietà che fatalmente ormai li accompagna, assolvono oggi a una funzione tanto determinante quanto estrema per la mia educazione sentimentale, giunta dal canto suo in prossimità del crepuscolo e non più così lontana dalla resa dei conti: quella cioè di specchio della natura, a suo modo addirittura generosa, del declino quale luogo normale di passaggio; affinché io, trovandomi poi di qui a poco a viaggiare a mia volta nei suoi dintorni, non debba sentirmi abbandonato bruscamente all’avvento del tramonto ma sia in grado di riconoscerlo fin da subito, sovrappensiero e in santa pace, come fa un cacciatore di taglie con la traccia del suo ricercato. Perché vivere non è dopotutto che un serio tentativo di mediazione tra l’allegria avvinazzata dell’ubriaco e la calma da morfina del malato terminale. E infatti adesso che, condiscendente e quieta, la mia esistenza scivola a precipizio verso il suo ovvio compimento; ora che sono consapevole di avere avuto la fortuna di invecchiare prima di avventurarmi nei meandri del desiderio di una vita normale tanto quanto del fatto che la moralità perfetta consiste essenzialmente nell’elegante prontezza di spirito con cui ci si muove per attraversare il proprio tempo trasformandolo nello spazio piccolo – e una volta per tutte perciò mai più breve – di un paesaggio sicuro e ben definito, all’insaputa del grande pittore che intanto ne sta dipingendo l’immagine, mi godo, nella perfezione ultima del disincanto, l’intero lasso di tempo al quale ancor vivo appartengo, e sulla cui ulteriore durata non ho davvero alcun motivo né voglia d’interrogarmi, per dare un senso più o meno finale ai miei ricordi, rammendando anche e con la massima cura – uno per uno – tutti quei magnifici desideri che le mie delusioni hanno da sempre ingenuamente sbrindellato.

D’altra parte bisogna avere l’assoluta certezza di essere davvero nessuno prima di condannare gli altri a rimanere tutti.

Io, la celebratissima strada vecchia, quella – per essere chiari – che, secondo un vecchio adagio conservatore, minaccia chi l’abbandona per la nuova con l’ansia banalissima di sapere quel che perde ma non ciò che trova, non l’ho mai presa in considerazione nemmeno per fare due passi di straforo, tanto era ovvia. Ma il bello è che, per via del disincanto, non ho mai avuto voglia di imboccare nemmeno l’altra, quella nuova appunto, che dal canto suo mi è sempre sembrata così somigliante alla vecchia da infastidirmi a priori proprio per la pretesa di apparirmi diversa e addirittura misteriosa.

La mia vita scorre invece da sempre lungo un reticolato di ombrose scorciatoie, si perde in un dedalo di tratturi soleggiati. tra brulli sentieri interrotti, piccole radure e acrocori che tolgono il fiato, tutti in potenza sterminati.

A me non dispiace affatto andare avanti così, finché ovviamente morte non mi ripari.

Appartato tra le pieghe confortevoli del disincanto, io ho sempre cercato – prima istintivamente, poi con crescente consapevolezza – di limitarmi il più possibile a immaginare la mia vita per non sentirmi obbligato a desiderare che essa non fosse mai cominciata; anche un uomo disincantato, infatti, in certi momenti può correre il rischio di prestare fede, sebbene entro i confini misteriosi di una specie di doppiofondo di se stesso, a motivo dei periodici ritorni di fiamma della smania istintiva di abbandonarsi, di prendere parte al più comune e socievole trascorrere della quotidianità, fino a soccombere di tanto in tanto addirittura a un non meglio precisabile sentimento d’insoddisfazione, al richiamo di tutto ciò che poi, bontà sua, non avrà comunque né la forza né la volontà, ma soprattutto la voglia, di perseguire e realizzare sul serio. In conseguenza di ciò, so bene sin d’ora che, a tempo debito, la mia morte sarà come tirare un perfetto passante incrociato vincente, uno di quelli che esplodono pieni sulla racchetta, che senti bene nel braccio, e meglio ancora nella spalla e addirittura come un’opera d’arte nel cervello; uno di quelli, in sostanza, che lambiscono sempre la riga di fondo. Ma poi per l’arbitro di sedia sarà ovviamente out. E a quel punto non mi resterà che una manciata forse anche abbondante di secondi per contestare, per protestare, per insultare, per rompere la racchetta, per somigliare sul serio, almeno una volta in fin di vita, a John McEnroe.

(estratto dal terzo volume)

©Andrea Rossetti

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