L’UOMO DISINCANTATO – L’uomo nero è l’uomo in nero?

Dopo la partenza di Milica per la Germania, Elias aveva impostato l’elaborazione del lutto di quell’abbandono – tanto imprevisto nei modi quanto poco sorprendente nei contenuti – alternando con maniacale monotonia ore di segregazione in casa e interminabili passeggiate solitarie a sempre più frequenti e rabbiose partite di tennis che andava elemosinando ai più forti giocatori del circolo, quindi anche a me che tra quelli ero il numero uno – dicevano allora l’astro nascente del tennis britannico; e proprio quando, dopo avergli rifilato in mezz’ora un categorico 6-0 6-1, tra l’altro concedendomi molte generose distrazioni, stavo pensando e ripensando da giorni alla scusa migliore per sfuggire alla solita, inevitabile richiesta di una rivincita, lui – forse sprofondando all’improvviso in una di quelle crisi di confusa rassegnazione che spesso stronca gli equilibri interiori più precari e rabberciati – era invece sparito e per alcune settimane non si era fatto più vedere al circolo.

Una sera, dopo essermi congedato da Francis al termine dei nostri consueti allenamenti, stavo tornando di corsa verso il Digamma Cottage per mantenermi accaldato e non rischiare raffreddori – era uno di quei giorni nei quali la furia del vento pare voglia speditamente ripulire il mondo da tutte le sue sozzure – quando a un tratto, proprio nel punto in cui la luce di un lampione si adagiava verso terra disegnando un cono obliquo che pareva fatto di smalto opalino, lo scorsi rannicchiato dietro uno dei cespugli posti al bordo del marciapiede e scossi allora rabbiosamente dalle folate, dei quali vedevo nel buio soltanto i contorni tra gli spazi e le foglie simili a trine all’ago tessute per ornare un abito da lutto, che se ne stava assorto nel tentativo di dare da mangiare della mollica di pane a un merlo oltremodo diffidente.

Non appena si accorse della mia presenza mi venne incontro visibilmente alterato, avvicinandosi prima fino a sfiorarmi e poi oltrepassando anche quella minima misura. I nostri corpi ormai si toccavano in modo scomodo e quasi doloroso, come fossimo uno le ossa di un uomo stanco e l’altro il duro pavimento di pietra sul quale si è infine disteso per riposare alla meno peggio.

“Lei! È il cielo che la manda da me stasera! – esclamò mentre il suo volto solcato improvvisamente dall’evocazione delicata di tutte le fragilità umane si era messo a beccheggiare tra l’oscurità e gli strali abbaglianti della luce artificiale come una scialuppa di salvataggio in piena bonaccia – Lei deve assolutamente aiutarmi! Mi dia ascolto per un po’, non chiedo altro. Al tennis ho rinunciato per sempre, non è di questo che ho bisogno di parlarle. Sono sconvolto, vivo in uno stato di inquietudine ininterrotta, pensi che non riesco a dormire per più di due ore consecutive e questo, le sarà facile comprenderlo, mi prostra con conseguenze che si aggravano giorno dopo giorno e che non so fino a quando sarò in grado di sopportare… Persino mia sorella, la mia cara sorella che è in attesa di un altro figlio dal suo secondo marito, lo sapeva? – alzai le spalle facendo cenno di no con la testa senza che lui smettesse di parlare nemmeno per riprendere fiato – Beh, anche lei, dicevo, è preoccupata perché nota la mia corrucciata noncuranza, uno stato persistente di totale sventatezza che tra l’altro la priva del conforto delle mie attenzioni in un momento tanto delicato…”

Vedendolo sconvolto sul serio, lo invitai senza il benché minimo entusiasmo al Digamma Cottage e lui, acceso all’improvviso da una sorta di fervorosa gratitudine per una disponibilità che probabilmente non si attendeva, pretese a tutti i costi di portare almeno la borsa con le mie racchette per sdebitarsi.

Lo feci accomodare nello studiolo del piano terra, quello rivestito coi pannelli di legno di cedro per il quale sin dalla prima visita al Cottage avevo provato un’istintiva insofferenza, ritenendolo appunto fra tutti l’ambiente che meglio si accordava al mio fastidio per quell’incontro. Gli offrii poi del whisky di mediocre qualità in uno di quei bicchieri dozzinali che hanno il nome di una marca famosa stampigliata sopra e infine mi accomodai sulla poltroncina ricoperta con una tappezzeria un po’ sdrucita, con disegni in rilievo di foglie di vite e grappoli d’uva, che stava di fronte all’altra, identica ma leggermente più sbilenca, che con un gesto della mano lo invitai a occupare.
“Cosa? Devo sedermi? Ah, capisco, è un po’ come il famoso lettino dello psichiatra…”, mi disse sforzandosi per qualche istante di ridacchiare. Bevve quindi un sorso di whisky e, con lo sguardo ancora allucinato ma anche per certi versi diluito nel modesto fascio di luce giallognola e ranciata che si diffondeva dal lume acceso sulla vecchia scrivania, iniziò finalmente la sua confessione.
“Bene, dunque, sì, vediamo, in effetti non sono più lo stesso da quel giorno a Marianské Làzne.
È accaduto il mese scorso, durante un soggiorno alle terme con alcuni amici – si sarà accorto che non sono più venuto al club. Sa, volevo interrompere con una specie di manovra diversiva il flusso della normalità sempre più contraddittoria e intollerabile che nonostante tutto continuava ad ancorarmi alla mia vita per come l’avevo sempre conosciuta prima che l’addio di Milica la smascherasse irreparabilmente ai miei occhi.

Mi trovavo per caso nella hall del mio albergo, seduto comodamente su una di quelle meravigliose poltrone che uniscono alle delizie del divano quella, tutta spirituale, derivante dalla certezza di non correre il rischio di una compagnia indesiderata. Leggevo il giornale del mattino, con un vago gusto di fierezza che fluttuava nella mia mente per essere riuscito a fare a meno delle prime due sigarette della giornata, al risveglio e dopo la prima colazione, quando la mia attenzione fu  attratta per caso dall’ingresso dalla porta girevole di una donna vestita di bianco, davvero splendida, mi creda: castana, alta, magra, carnagione bianchissima e occhi di un colore indefinibile e trasparente, conturbanti a causa di una profondità che pareva aprirsi sul vuoto, sul nulla. Era accompagnata da uno strano individuo, un uomo di altezza media che indossava un lungo cappotto nero e un cappello invernale a falda larga del medesimo colore. Camminavano l’una accanto all’altro senza rivolgersi né la parola né uno sguardo; gli inservienti, compiti come si conviene al personale di un albergo di lusso, li precedevano in doppia fila con i bagagli. Dopo un breve intervallo di tempo il mio cuore sobbalzò e cercai di nascondermi tenendo alto il giornale: in quella donna, infatti, avevo riconosciuto Charlotte Bourgeois, discendente di un’illustre famiglia francese con lontane origini polacche e mia prima fidanzata in assoluto ai bei tempi – belli davvero mi creda – degli studi superiori in collegio che entrambi avevamo fatto a San Gallo, in Svizzera, e dalla quale mi ero però separato quasi subito, in modo, lo ammetto, piuttosto vile, a causa di certe mie anomale abitudini sessuali di gioventù sulle quali l’imbarazzo mi impone ancora di sorvolare.

Tendendo l’orecchio, appresi che il loro soggiorno sarebbe durato una notte soltanto e che il mattino seguente sarebbero subito ripartiti per la Francia, se non ricordo male per Biarritz. Tirai un sospiro di sollievo: stando così le cose, infatti, non avrei incontrato eccessive difficoltà per assicurare un buon esito al mio intento di evitare un imbarazzante quanto superfluo faccia a faccia con Charlotte e con colui che fin dall’inizio ipotizzai essere il suo attuale fidanzato, se non addirittura il marito. Deve sapere, infatti, che casualmente mi era giunta voce, tramite dei vecchi compagni di collegio, che lei aveva conosciuto un uomo del quale si dichiarava innamoratissima; intorno alla reale natura del loro legame e all’identità di quest’individuo, però, nulla era mai trapelato, a eccezione della sua nazionalità: si trattava – manco a dirlo – di un inglese.

Le confesso che tentai più volte di vedere il viso dell’uomo in nero mentre sostava nella hall per sbrigare le formalità di rito, ma il bavero del cappotto e il cappello lo nascondevano interamente.
Quando furono saliti, tentai di carpire a uno degli addetti all’accoglienza dei clienti qualche notizia sull’uomo che accompagnava Charlotte ma, nonostante la promessa di una mancia sostanziosa, ebbi come riposta – e per ben tre volte – un risolino divertito.

Passai il resto della giornata guardandomi bene dallo svelare a chicchessia quel che sapevo circa l’arrivo dei due nuovi clienti, cercando inoltre di dissimulare con ogni mezzo lo strano effetto che mi faceva l’aver rivisto colei che non avevo smesso – e, ahimè, non smetto – di considerare una donna dal fascino incomparabile. Non so se mi spiego, amico mio: Charlotte Bourgeois possiede una grazia misteriosa che passando attraverso i suoi occhi cristallini ferisce un uomo come un colpo d’artiglio; lei è una creatura che ricorda a chiunque la incontri l’importanza della trasparenza per la luce; è intelligente, colta, ironica, circonfusa da un’aura che a volte è sì ispida di timidezza ma anche poi sempre redenta da una distanza comprensiva e gentile; e si concede soltanto abbandoni fisici assoluti, che in fondo a noi uomini incutono paura, una paura anomala però, che non cessa con l’atto sessuale ma che, anzi, si insinua sottile nell’immaginazione dell’amante esausto mentre giace al buio accanto a lei, turbato fino all’insonnia da diffidenza e fumosi sospetti, terribili proprio per la loro assoluta e incomprensibile vacuità.
Tornando a noi, le dirò ancora che la giornata trascorse senza avvenimenti degni di nota: gli stabilimenti termali, gli amici, il pranzo e, grazie a Dio, pochissime sigarette. Evitai agevolmente lo spiacevole incontro con Charlotte limitandomi ad avere l’accortezza di non mangiare nel ristorante dell’albergo. A sera, ordinai la cena in camera, mi misi in libertà e preparai l’acqua nella vasca, pregustando un’immersione rilassante che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto aiutarmi a spegnere lo strano turbamento che a dispetto di ogni sforzo di rimozione continuavo a malincuore a ritrovare perfettamente integro dentro di me. Mentre facevo il bagno ed ero intento a fissare nel vuoto il perimetro del mio corpo circondato dall’immobilità appena vibrante dell’acqua nel tentativo, mosso da una disperazione sempre meno esile, di riuscire infine ad avere la meglio sulla mia angoscia crescente, sentii bussare alla porta. Accordai dal bagno il permesso di entrare in quanto – come le ho detto – ero in attesa della cena. Dall’altra stanza, infatti, mi rispose la voce del cameriere, sempre molto ossequioso, seguita da un sordo tintinnio metallico e quindi dal leggero colpo della porta che veniva richiusa. Rimasi in silenzio nella vasca, mentre l’alone della luce proveniente dal bagno dove mi trovavo andava a infrangersi inutilmente sull’anima nera della camera accanto, rimasta al buio dopo l’uscita dell’inserviente; udivo persino le tende bisbigliare al vento a causa della finestra aperta. Improvvisamente un leggero rumore, tipo quello che fa un piccolo oggetto di metallo quando aderisce a una calamita, m’inquietò a tal punto che presi la decisione di uscire dalla vasca per spezzare il circolo vizioso che dall’ascolto delle imperfezioni notturne del silenzio mi conduceva alla paura e viceversa.
Fu allora che la vidi: non avevo ancora acceso la luce quando mi accorsi che proprio lei, Charlotte Bourgeois, era in piedi accanto al letto, al centro di una mandorla di chiarore lunare, e indossava una lunga e leggerissima veste da notte sotto la quale era perfettamente visibile il suo corpo nudo. Ebbi appena il tempo di sentirle sussurrare lievi e vaghe parole d’amore prima che accadesse ciò che non ero in alcun modo in grado di evitare.

Il mattino seguente mi svegliai piuttosto tardi: fu la luce del giorno, in verità, a destarmi giusto in tempo per uscire sul terrazzo della mia camera e assistere alla partenza di Charlotte e del suo strano accompagnatore sempre vestito di nero.
Non appena si furono allontanati sulla loro automobile, mi sentii all’istante più tranquillo, come se un sorriso dilagante dall’intensa leggerezza avesse finalmente assoggettato tutte le fosche bizzarrie del mio umore, e decisi di concedermi anche la soddisfazione di una sigaretta; quindi, dopo essermi lavato e vestito, uscii canticchiando – a ulteriore testimonianza del mio mutato stato d’animo – il ritornello di una canzone dei Beatles che mi piace particolarmente. Non so come spiegarglielo meglio, amico mio, ma mi sembrava per davvero che la notte appena trascorsa fosse svanita dalla mia coscienza come un brutto sogno, senza lasciare strascichi che non fossero in tutte le tonalità di un sollievo impareggiabile. Non un rimorso, non un rimpianto, non un’opinione, nulla, niente di niente, a eccezione di un ricordo tanto nitido quanto astratto, quindi senza conseguenze sentimentali, sul tipo di quello che si conserva di un teorema avendone studiata a lungo la dimostrazione con la massima cura.
Dopo aver attraversato la hall con una camminata piuttosto spedita, fui però preda di un brusco desiderio che mi impose una sosta: non potevo lasciarmi alle spalle quell’avventura senza conoscere il nome del misterioso uomo in nero che Charlotte Bourgeois aveva voluto tradire con me.

Tornai velocemente sui miei passi e, approfittando di un attimo di disattenzione del personale, sottrassi il registro, ben cosciente di compiere un atto illegale.
Quando se ne accorsero era ormai troppo tardi: su quella pagina – le giuro che non ne avevo mai vista prima un’altra altrettanto spaventosamente bianca – avevo già letto il mio nome, scritto con una grafia inequivocabile accanto a quello di Charlotte, e per giunta c’era anche il numero della camera loro assegnata – la 49 – che ovviamente corrispondeva alla mia. Ancora più grave era il fatto che il personale non sembrava né stupito né confuso da quelle rivelazioni!
Da allora – la prego di credermi e d’altra parte mi vede lei stesso – mi trovo in questo stato penoso. Le cose che faccio mi appaiono insignificanti, attraversate da una specie di formicolio come quando manca l’afflusso del sangue a una parte del corpo, perché alla fine conducono sempre allo stesso sentimento di spossatezza, al medesimo desiderio di riposo che si realizza poi nel momento in cui gli spasimi della noia liberano finalmente una quieta desolazione. Il sonno mi si presenta allora come l’unico atto davvero compiuto e perfetto. A questo aggiunga che da quel giorno qualcosa che non capisco mi fa dubitare di me stesso, sradicandomi lentamente da tutte le mie sicurezze, e capirà perché io oggi sono qui a chiederle: secondo lei è possibile, anche solo minimamente, che quell’uomo misterioso vestito di nero, che ho visto coi miei occhi arrivare e ripartire con lei, fossi davvero io?”

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

 

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