L’UOMO DISINCANTATO – L’elaborazione del lutto.

La mia prima reazione alla morte di mio padre, quella cioè quasi del tutto istintiva e quindi meno infedele a una possibile verità interiore, si era concretizzata nel desiderio morboso di trarre in salvo ogni sua parola, raccogliendo però prima di tutte le altre quelle che lui non aveva mai dette e che, nel mio sforzo di ricostruire una variante soggettiva della sua presenza che fosse compatibile con l’oggettività della sua scomparsa, mi sentivo comunque autorizzato, e anzi per certi versi pressoché costretto, ad attribuirgli. Nonostante la mia giovane età, mi ero dedicato all’impresa con uno zelo considerevole, rimediando alla fantasia che mi mancava con un gusto spontaneo – e senza dubbio pieno di disincanto – per le simulazioni; in questo modo, grazie alla logica ludica di un gioco d’incastri, ero stato capace, alternando i pezzi come si fa coi mattoncini Lego, di indurre e dedurre le parole di mio padre – quelle talmente verosimili che di sicuro soltanto per un caso non erano mai state pronunciate – al posto suo, in una specie di mondo parallelo che ne coglieva la verità estrema e solo per questo irreale, mentre, forti del conforto e della pace che mi davano, parole incredibili e sempre nuove germinavano ancora e ancora dentro di me come baratri primaverili e abissi salutari accompagnando, tra illazioni e preconcetti, il mio disincantato esercizio creativo del lutto: in un certo senso stavo seducendo me stesso con un’immagine mia di mio padre.

A posteriori mi rendo conto di avere orchestrato la cosa con una metodica assenza di scrupoli, anch’essa propria, d’altronde, del mistero del disincanto, avendo in realtà come unico scopo non dichiarabile l’agnizione finale, la ricreazione definitiva di mio padre, cioè, come un personaggio teatrale per la cui verosimiglianza la scomparsa fisica diventava a priori né più e né meno che una necessaria qualità drammaturgica: in questo modo rincuoravo l’indole magica di quelle parole che, ancora non dette, riuscivo poi con maggiore facilità a strappargli da un’ipotetica gola. Il luttuoso fraintendimento si evolveva alla perfezione, come il puzzle ricavato da un ritratto di Rembrandt, al punto che a volte mi pareva che la sua anima immortale dimenticasse se stessa solo per abitare meglio la versione che io davo di lei. Non si trattava che di pochi istanti, è vero; debolezze transitorie di uno spirito ormai trapassato da mandrie rumoreggianti di parole in fuga ordinata; uno spirito sul quale, però, quel vano pettegolezzo divino che è il tempo si avvitava un po’, come un girotondo di bambini stretto a circondare l’infinito. Santa bestemmia è nello spirito che pecca non in virtù della carne ma a causa della sua stessa natura! Un peccato spirituale che nessuna divinità può punire se non distruggendo se stessa.

A un certo punto, e parallelamente al versante creativo della mia strategia di elaborazione del lutto nella quale stavo riorganizzando a mio uso e consumo un’esperienza eccentrica e tuttavia accettabile della figura di mio padre, mi ero ritrovato di fronte alla necessità – pena il presagio grave del fallimento finale – di affrontare anche la parte meno innovativa dell’intera faccenda, che aveva a che fare con quella che nel metodo baconiano si chiama pars destruens. In altre parole, per fare spazio alla coscienza del teatro dovevo per forza sradicare la consapevolezza della realtà, altrimenti sarei stato come un funambolo al quale, senza il coraggio di affrontare il rischio concreto del vuoto, servono a ben poco tutti gli esercizi volti ad allenare i muscoli e a perfezionare al massimo l’equilibrio. Mi ero adattato quindi – unico congiurato del più ameno e incruento dei complotti – a nascondere tutte le parole che invece mio padre aveva effettivamente pronunciate, e che avevano dato il tempo al passo visibile della sua esistenza, in quello strano ghetto interiore, perennemente pomeridiano e fragorosamente stanco, dove la fibrillazione dei pensieri apre ferite asciutte nei discorsi, al di là delle quali però la memoria può comunque continuare a vivacchiare in sillabe e verità, senza pretese. Da quel momento, nell’amnesia compiuta di un intero mondo, la realtà dei ricordi aveva cantato soltanto in forma di lamento accidioso e dolente, come il richiamo stanco di un fantasma intorpidito dai rigori del trapasso.

È importante specificare che, data l’età, tutto questo non era elaborato da me mediante un processo razionale ma avveniva meccanicamente, a livello di coscienza istintiva, come effetto automatico di un’indole sentimentale ben precisa, ossia il disincanto. Anche se la sensazione che provavo poteva ricordarmi da vicino quella di una ricerca impegnativa, in realtà, per usare una metafora, io stavo soltanto assecondando la messa a fuoco di un soggetto determinato – mio padre morto – da parte di un cannocchiale che avevo trovato già bell’e montato dentro di me e attraverso le cui lenti non potevo fare a meno di guardare ogni cosa sin dall’inizio. Cominciavo a sperimentare nella pienezza segreta di un respiro ampio e disteso il distacco inviolabile della mia vita, immersa nel disincanto e gelosa dell’autonomia della propria durata, di fronte all’angoscia di una perdita definitiva, addirittura di chi del mio essere nato era, insieme a mia madre, il diretto responsabile; e ne facevo esperienza, tuttavia, secondo modalità chiaramente avulse dal gretto disinteresse e dal banale cinismo, che trovavano nell’abbandono al flusso dell’immaginazione involontaria le ragioni di una speranza malinconica e indecifrabile. Mi sentivo un po’ come uno di quegli imponenti faraglioni australiani, chiamati The Twelve Apostles, che se ne stanno in mezzo all’oceano simili a vele di navi gigantesche, insidiati dai venti e dall’erosione, condannati a crollare tutti da qui a qualche secolo, eppure testimoni di una calma poderosa, apparentemente invincibile, che si diffonde ostinata al suono dello sciabordio delle acque, adorna all’alba e al tramonto di un viluppo di bordature turchesi e corallo, scalpellata nell’oro a mezzogiorno e, scesa infine la notte, bruna come la chioma di una sposa orientale sopra la quale le stelle alludono biancheggianti ai gelsomini del Madagascar.

Presentivo che negli anni a venire sarebbe stato sempre più difficile per me ripercorrere quella stessa via di salvezza rispetto al ricordo di mio padre, man mano cioè che le sue parole immaginarie – e perciò salve – fossero sprofondate per inerzia nel baratro piatto di una distanza diffusa e priva di direzione (perché il tempo che ci doveva separare da quel momento in avanti sarebbe stato come il cerchio che si espande sull’acqua al cadervi di un sasso). Ogni volta che avessi scorto qualche vuoto tra le sue parole salvate, una qualsiasi assenza più o meno dolorosa; quando mi fosse parso di non riconoscere un fatto nuovo, inusitato, recante incisi con un garbo troppo solenne i tratti impossibili di una giovinezza ancora rinnovata, mi sarebbe stata chiara l’inutilità sopraggiunta del mio sforzo volto a preservare a debita distanza da me una creatura ormai sconosciuta e che in fondo mio padre non era mai stata. Alla fine, però, e questo solo importava, quando avessimo raggiunto la perfezione sentimentale della lontananza tra di noi, nell’istante compiuto in cui ci fossimo irrimediabilmente persi l’uno per l’altro, a lui sarebbe rimasto comunque il dono di una bella ipotesi e a me il resto della mia vita.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

error: All rights reserved (c) massimocasa.it