L’UOMO DISINCANTATO – Le amiche del cuore (9)

Col tempo, studiando i loro comportamenti in modo sempre più sistematico ed efficiente, avevo capito che le amiche del cuore riconoscevano a una ragazzina in particolare – che di nome faceva Phoebe e di cognome Mason – una sorta di autorità morale sull’intero gruppo, dato che non poteva sfuggirmi il fatto che la investissero regolarmente del compito di dirimere le loro piccole controversie né quello che le conferissero in qualsiasi circostanza il diritto all’ultima parola. Nei suoi confronti manifestavano tutte, nessuna esclusa, una tacita deferenza – comunque addolcita dai loro modi schietti, ancora infantili e privi di malizia – che poi però emergeva in modo più limpido negli atteggiamenti assunti ora dall’una ora dall’altra ogni qual volta un’attenzione particolare da parte di Phoebe le precipitava singolarmente in uno stato parossistico di languore da vanità; ma soprattutto nelle varie posture che i loro corpi assumevano sempre quando le stavano tutte quante intorno, pose che mi facevano immediatamente pensare a quelle, defilate ma volitive, dalle quali gli appassionati di ciclismo riconoscono in partenza i gregari di una squadra, i faticatori di mestiere, quelli che hanno buone gambe ma talento insufficiente per risplendere sino in fondo, quelli che corrono – contenti di essere perciò imprescindibili – col solo scopo di sostenere il campione, l’unico vincitore designato, e di tirargli infine la volata prima di rientrare nei ranghi per lasciargli la luce dei riflettori, gli applausi e la gloria; e ancora poi dagli sguardi, colmi di rispettosa cautela, che le indirizzavano ogni volta che c’era da decidere se e come prendere un’iniziativa destinata a coinvolgerle tutte.
Phoebe Mason aveva dei modi sostanzialmente cordiali che però parevano raggiungere la piena capacità della loro gentilezza – una sorta di equilibrio pungente tra la luce del sorriso e l’ombra del giudizio – solo dopo essersi temperati alla scuola di una libertà molto severa e di una serietà altrettanto vivace. Era una ragazza piuttosto alta, longilinea, che non portava mai il reggiseno lasciando così che chiunque potesse fantasticare su quei due puntali rigidi, perfettamente simmetrici, che sollevavano appena la parte superiore e frontale dei suoi abiti; e per qualche oscura ragione dava sempre l’idea di essere un po’ abbronzata, come accade di solito solo alle donne di mare; e aveva sulla testa un cespuglio ispido di capelli scuri qua e là decorati da alcune treccine che l’arte di un bravo parrucchiere o la foga esperta di una madre spazientita, o ancora la premura complice della nonna prediletta, aveva finalmente reso disciplinate, avvolgendole con cura una per una prima di lasciarle reclinare, grazie all’ormai sopraggiunta, miracolosa docilità, intorno ai nodi delicati di molti, piccoli fiocchi di seta, tutti di colori diversi, che a vederli dall’alto – là dove mi trovavo – parevano altrettante farfalline favolose.
Quella ragazzina godeva di un’autorevole e taciturna immanenza; pareva l’unica creatura ospitata da un naviglio fantasma varato dall’immaginazione di Robert Louis Stevenson al solo scopo di circumnavigare senza soluzione di continuità una piccola isola disabitata – magari quella detta dell’Usignolo e patria elettiva di una moltitudine festosa di uccelli marini sempre impazienti di riprodursi – nell’arcipelago di Tristan da Cunha, a sud dell’equatore, non lontano da Sant’Elena, l’ultima, beffarda dimora dell’imperatore Napoleone, colui che a quei tempi era ancora l’epicentro della mia ammirazione di ragazzino studioso, scorbutico e asociale ma con un lampante talento per il tennis; una nave tuttavia inadatta all’impresa perché di fatto incapace, nonostante le ferme e speculari convinzioni sia dell’ingegneria genetica che di quella navale, di sopravvivere troppo a lungo alla bonaccia.
Dietro la scia di redenzione collettiva che, coi suoi passi, Phoebe lasciava a beneficio delle sue amiche del cuore, il tempo era un orto già bell’e concluso, e all’ultimo momento potevano anche fiorire tra i suoi piedi – che non potevo immaginare in altro modo che bellissimi e soprattutto nudi – anche le viole, profumando di antichità cipriata l’infinita e mitica inutilità del mio amore.
Ogni volta che chiudevo gli occhi per immaginare la mia vita – e quando c’era di mezzo lei mi succedeva sempre – Pohebe era per me sia l’amore perfetto del quale mi sarebbe piaciuto morire che il dolore col quale invece mi sarebbe piaciuto vivere. Lei mi interpellava come una testarda contraddizione sentimentale, o magari come una forma di equilibrio emotivo, alla maniera delle processioni disordinate di quelle piccole tartarughe appena uscite dalle loro uova che nei documentari naturalistici si vedono arrancare un po’ aleggianti sulla sabbia, minacciate dai predatori e rese caparbiamente ansiose dal desiderio di arrivare sane e salve alle acque dell’oceano.
Phoebe aveva l’aspetto e la fierezza di una ragazza nata nell’entroterra, nella profondità della provincia inglese, tra le zolle dure del brullo contado, e in mezzo a case dai tetti elettrici di guglie di legno, custodi di soffitte e di abbaini, appese all’altitudine appartata degli sguardi; anche se in fondo ai suoi occhi luccicava integra la giovinezza, profondamente sedotta da luminarie e da festoni accatastati e sporchi, da tutto quello cioè che d’ipocrita le rimaneva della sue trascorse, ma ancora senza tristezza numerabili, feste di compleanno.
Avrebbe senz’altro voluto trovare parole che fossero buone come pilastri per il cielo, là dove le falle della sua anima non mostravano invece che poveri veli rimasti incustoditi. Ma aveva bastante fierezza per incantare e incatenare il tempo: il suo viso era un intarsio perfetto e il suo mento tornito, come l’ago di una bussola, indicava sempre settentrione.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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