L’UOMO DISINCANTATO – La mia amata, la mia detestata, Melissa McNult (4)

In quel preciso momento mi si era palesato per la prima volta un pensiero che solo molto tempo dopo sarei stato in grado di elaborare riconoscendo in esso una tessera fondamentale del mosaico che nel suo insieme avrei alla fine chiamato disincanto; allora infatti si era trattato più che altro di una specie di ibrido tra un presentimento e un’intuizione che aveva inciso come un graffio repentino un arco di tempo stranamente dilatato, assai simile a quello che caratterizza certe esperienze sessuali, quando la forza del desiderio e del piacere è tale da prolungare a dismisura, a dispetto della meccanica imperturbabilità delle lancette dell’orologio, la percezione della loro durata. Sapevo che restandomene in silenzio io stavo sottraendo alla corretta successione degli eventi qualcosa di assolutamente autentico che se no, per il solo fatto di essere dichiarato, avrebbe potuto rivoluzionare sul serio la mia vita alla maniera di un terremoto spostandola verso un destino ben diverso, e questo se soltanto avessi riconosciuto, proprio come fa ogni giorno l’umanità non disincantata (e come aveva appena fatto Sean), l’identità fra realtà e verità accettando di viverci dentro senza riserve; ed ero parimenti cosciente, con la bocca arsa e il cuore sussultante di risentimento, che ciò avveniva per mia vigliaccheria; e nondimeno, in forza del presagio e della seduzione che il solo operare al servizio di tale falsità esercitava su di me, non riuscivo a dolermene come avrei dovuto perché avvertivo che la mia mancanza di coraggio, non essendo immediatamente correlata con l’oggettività del tempo presente e di conseguenza neppure con quella degli eventi che stavano accadendo, non aveva niente a che fare con la paura di perdere per sempre l’amicizia di Sean o di uscire conciato male da una più che probabile scazzottata con lui, ma era piuttosto la forma contingente mediante la quale si manifestava qualcosa di ben diverso e di assai più profondo: il mio disgusto all’idea di accettare di vivere così, tanto per farlo, come tutti; un disgusto dal quale scaturiva, immedesimata in esso con un perfetto sincronismo, il riconoscimento delle diffuse virtù della menzogna veniale che, molto simile a un primo, persistente stato di ebbrezza, disciplinato nel trattenersi al di qua degli eccessi che fatalmente lo destinerebbero solo al malessere e alle spiacevoli conseguenze di una vera ubriacatura, corregge il punto di vista sul mondo e sull’esserci quel tanto che basta per falsificare appena l’ordito della vera vita nel senso di un’innocente assenza di gravità, rendendola di certo più facilmente polverosa, ma solo in cambio di una sbalorditiva, friabile tenerezza, in grado di metterne l’intera realtà a disposizione di virtuosi illusionismi e di un piacere nuovo. Allora non ero in grado di capirlo (anche perché comunque la comprensione che un uomo disincantato ha di se stesso in quanto tale non può esaurire mai fino in fondo la propria insufficienza) ma ciò nonostante ne ero in qualche modo perfettamente consapevole. Quell’allusione sentimentale, parte integrante della mia prospettiva disincantata, rassomigliava all’epoca ai grafemi astratti, senz’altro più prossimi al disegno che alla scrittura, che a volte si lasciano avvistare nella pietra, nell’acqua appena mossa di certi fiumicelli o in quella pigra delle lagune, ma anche sopra i muri e addirittura in cielo, quando le nuvole disseminate per tutto il giorno dall’irresolutezza del tempo atmosferico  sembrano inizialmente tante scalfitture dell’azzurro che poi, assottigliandosi, ormai più rarefatte, verso sera, in ideali lacci emostatici, si tendono a dismisura sino a evocare, nelle lunghe chiazze color giallo cromo e violetto che ne intaccano i bordi, profonde e misteriose corrispondenze col livido umore sul quale, alla stessa ora, galleggiano gli sguardi malinconici e i pensieri degli uomini stanchi. Si trattava dell’apparizione di un segnale indecifrabile, racchiuso per intero dai contorni equivoci di un magnetismo tanto potente quanto gratuito e molto simile a certe espressioni sconosciute che, non senza stupirsene, un figlio vede comparire all’improvviso sul viso da sempre familiare di uno dei suoi genitori, scoprendo così di aver preso un madornale abbaglio nel darne per scontata la conoscenza definitiva grazie all’acquisizione mnemonica, a quel punto evidentemente soltanto presunta, di ogni minimo dettaglio sia morfologico che della mimica; espressioni con le quali d’un tratto la sua immaginazione si trova invece costretta a fare i conti, sino a dover ammettere per inerzia l’esistenza di un gran numero di facce, inesplicabili e diverse, sopra ogni singolo viso, anche su quelli meglio scrutati e mandati a memoria, perché davvero non c’è ripostiglio più adatto agli imprevisti di una sicura abitudine. In questo mio intimo e segretissimo addentrarmi tra l’istinto e l’intuizione, il nodo che pareva congiungere il disincanto alla menzogna stringeva sempre più forte, affinando la ponderosa malizia di quest’ultima fino a temperarla in una mezza verità, qual è appunto la bugia nel momento in cui la si intende semplicemente come il racconto di una favola. E a un certo punto ero stato sottratto – non saprei precisare, proprio come si dice che accada dopo un’estasi mistica, se solo per qualche istante oppure molto più a lungo – alla mia vicenda presente, quella penosa dei dolori e del risentimento di un ragazzino ferito, perché dalla custodia tanto ampia dei rumori quotidiani, là dove il brusio riesce addirittura a dare l’idea del silenzio, erano emerse piccole melodie, negate al resto del mondo ma con un senso musicale compiuto, e pure, nella mia mente, dei pensieri talmente liberi di essere vaghi che quando poi le parole erano andate a cercarli li avevano trovati muti, in attesa di nuovi significati più fertili e profondi, delle vere e proprie radici neonate adatte a rigenerare l’offesa in quiete e il disagio in un altro silenzio e grazie alle quali, infine, tutto sarebbe forse stato in grado di scorrere alla meglio nella stessa direzione, come fa il paesaggio quando, dopo essersi contratto nell’essenziale geometria delle figure che lo compongono, si scioglie sopra il moto pigro dell’acqua di un ruscello.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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