L’UOMO DISINCANTATO – La Luna Nera (3)

Poiché un grande amore non nasce mai quando si incontra la persona giusta al momento opportuno ma sempre quella sbagliata in circostanze inimitabili, entusiasta com’ero per la fedeltà matematica di quei miei orgasmi notturni ma pure stremato dalla gioiosa e irresistibile ossessione per le brevi, quotidiane apparizioni reali di Miss Lilith Langtry, per il suo viso perfettamente ovale, per la sua pelle candida, per le labbra tropicali sempre adagiate, con la stessa, carezzevole naturalezza di una bougainvillea fiorita al vento e al sole sopra l’intonaco bianco di un muro africano, su morbide sfumature color rosso-lacca, per i suoi occhi disegnati intorno a un’ombrosa e rara profondità che prima d’incontrarla avevo visto solo sui libri, nelle riproduzioni fotografiche dei quadri di Caravaggio, per i suoi capelli neri tagliati a frangetta lungo la fronte, avevo immediatamente elaborato, nello spazio di tempo di un solo pomeriggio, un piano d’azione a dir poco perfetto che, se fosse stato attuato a regola d’arte anche grazie al sempre necessario soccorso di un po’ di fortuna, avrebbe senza dubbio soddisfatto le mie attese e messo al sicuro il futuro di quella mia del tutto embrionale eppure stranamente potente aspirazione amorosa.
Va detto che fin da ragazzino non difettavo delle doti essenziali di un buon logico e che anzi la facilità con cui ero in grado di intuire di primo acchito quale fosse il modo più efficace di impostare la risoluzione teorica di un problema qualsiasi e quindi di affrontarne praticamente la messa in opera impressionava già molte persone, sia in famiglia che a scuola; tra tutti, il più assiduo nel farmi dei complimenti era un antico compagno di studi di mio zio Adrian, professore di biologia all’Eton College, che frequentava spesso la nostra casa e che – la cosa non era ovviamente sfuggita alle mie silenziose ma già inesorabili doti di osservatore dei comportamenti umani – aveva uno strano atteggiamento nei miei confronti: infatti non perdeva occasione per darmi delle manate appena indugianti sul sedere, chiamandomi “il nostro piccolo ingegnere”, per poi mettersi a ridacchiare con un’inconfondibile sonorità catarrosa facendo finta di nulla, soprattutto se intorno a noi c’era altra gente.
Quell’uomo fastidioso si chiamava Ebenezer Pierre Deslonde e, pur essendo nato a Londra, discendeva da una benestante famiglia francese di Mouilleron-en-Pareds, in Vandea, emigrata in Inghilterra, anche se non per intero, all’inizio della Grande Guerra, quando il ricordo ancora molto vivo della trappola per topi scattata a Sedan sulle code del frac di Napoleone III aveva spinto i suoi nonni materni e i suoi genitori, tutti di compassata fede monarchica ma non alieni dal fare qualche scarna concessione emotiva anche a una certa grandeur bonapartista, a prendere la decisione di espatriare “in via cautelativa”, seguendo appunto l’esempio della deposta famiglia imperiale, divenuta in esilio suddita devota della corona britannica (al tal punto che il figlio dell’ex imperatore, ufficiale dell’esercito inglese, era poi morto nel 1879 combattendo in Sud Africa contro gli Zulu), per evitare il fastidio di trovarsi ancora dentro casa qualche fante bavarese in vena di bivaccare e destato ogni notte e a più riprese da voglie improvvise di pietanze crucche dal nome incomprensibile, tutte comunque e sempre desolanti per dei raffinati palati neolatini (rammento infatti che, senz’altro per un disgusto di natura ereditaria, il solo sentire parlare della Germania e dei tedeschi provocava in quell’uomo una specie di tic: i polpastrelli dell’indice e del pollice della sua mano destra cominciavano a percuotersi velocemente e non smettevano finché non si cambiava discorso).
Pur essendo in realtà coetaneo di mio zio sembrava molto più anziano di lui: era un uomo alto e magrissimo – magro a tal punto che a prima vista lo si sarebbe detto pure malato o per lo meno a grave rischio di anoressia – e ogni volta che parlava il pomo d’Adamo, dando l’impressione assai sgradevole di voler balzare fuori da un momento all’altro, saltellava avanti e indietro sotto la pelle del suo collo, rasata sempre in modo imperfetto come quella di un pollo appena spennato e ancora da strinare; i suoi vestiti poi, nonostante fossero di ottima fattura sartoriale, finivano comunque per afflosciarsi proprio a causa della loro consistenza troppo morbida e preziosa, inadatta a quel fisico, irrimediabilmente disarmonico e segaligno e senza dubbio causa di frustrazione per l’arte di qualsiasi sarto, che avrebbe invece dovuto sostenerli, mentre la sua andatura dinoccolata ma legnosa, quasi da burattino, gli conferiva un’incertezza meccanica che a lungo andare diventava, almeno per me, sinistra e spiacevole.
Aveva le labbra superiori sottilissime e appena abbozzate e quelle inferiori, al contrario, tumide oltremisura, molto simili a una grossa fragola pendula e deforme, due scuri baffetti sottili e arricciati in punta, che mi ricordavano le code dei topi, e un pizzo impeccabile e appuntito, alla Napoleone III, troppo perfettamente nero, però, per non tradire, vista l’età, l’uso frivolo di una qualche tintura; e poi ancora due occhi piccoli e bruni, che non di rado guizzavano famelici alla maniera di quelli dei folli o anche, a tratti, con la tipica meschinità furtiva che disperde in un vago aggirarsi delle pupille quelli dei delatori, e che a volte, mentre scrutavano il proprio oggetto in un modo che oltrepassava di gran lunga la semplice neutralità di uno sguardo qualsiasi, diventando una sorta di aguzzo scandaglio sentimentale, profondo e svelto, coraggioso e prudente, tendevano a dilatarsi troppo.
Quando mi stava intorno ogni suo gesto tradiva lo sforzo ingentilito del camuffamento: trasecolava oltremisura di fronte alla collezione di rose di mia zia; sfogliava tutti i libri più preziosi della biblioteca dello zio Adrian senza mai soffermarsi a leggerne una sola pagina; canticchiava motivetti francesi incomprensibili mentre mi sorrideva apparentemente sovrappensiero aggiustandosi di continuo il nodo della cravatta; ma soprattutto mi rivolgeva la parola sempre con lo stesso tono nel quale, intorno al tronco principale del suo garbo borghese e condiscendente, si attorcigliavano come piante rampicanti la sonorità dell’impazienza e quella della dissimulazione, il basso continuo del desiderio e i gorgheggi da sopranista di un orgoglio permalosissimo e preventivamente ferito.
Ebbene, proprio nel giorno in cui, emozionato fino a tormentarmi il respiro e la pelle, mi accingevo ad attuare la strategia che avevo studiato nei minimi dettagli e che avrebbe ragionevolmente garantito non solo una tempistica ampia e variabile ma anche dei fondamenti statistici molto più solidi ai miei incontri mattutini con Miss Lilith, Ebenezer P. Deslonde si era presentato di prima mattina a casa nostra portandoci in dote per l’occasione una vena ciarliera più straripante del solito e un atteggiamento complessivo piuttosto baldanzoso e ricercato oltremisura. Dopo aver omaggiato mia zia con tutte le smancerie di rito – accettando nel frattempo da lei anche la non meno rituale offerta di un tè caldo appena infuso nella tazza con l’aggiunta di uno schizzo, un’ombra appena, di latte – si era rivolto festante a zio Adrian, sempre tenendomi d’occhio con quella porzione dello sguardo che chi è abituato a sopportare il desiderio di ciò che è quasi certo di non poter avere lascia almeno libero di guizzare, chiacchierando di politica economica e del cielo ormai troppo grigio per non promettere anche fatali e interminabili piogge pomeridiane. E a un certo punto, dopo aver scelto, non senza coscienza e implicita accettazione dell’azzardo, il momento forse più opportuno, facendomi assaporare uno dopo l’altro tutti i possibili sapori della frustrazione con la stessa rapidità con cui la lingua del camaleonte si estroflette, cattura la preda e la porta alla bocca, aveva detto: “Sono in macchina, se volete posso dare io uno strappo al ragazzino fino a scuola…”
A quel punto gli zii mi avevano guardato, già favorevolmente persuasi dall’offerta ma comunque rispettosi del mio parere, e io, con un colpo di reni della mia miracolosa sfacciataggine, avevo risposto calmo: “Preferirei di no”.
Ebenezer aveva fatto spallucce, con la tipica aria del gradasso che vuole banalmente camuffare il suo orgoglio ferito, aveva digrignato i denti serrando le labbra e, lisciandosi il pizzo con la punta delle dita, si era lasciato sfuggire un sorriso arrendevole e mondano, carico però oltre ogni ragionevole dubbio dell’indifferenza ponderata e della durezza elusiva di una vera maledizione.
Dopo essere riuscito a scongiurare in quel modo del tutto istintivo ma efficace il rischio di perdere l’opportunità quotidiana di rivedere Miss Lilith e – non meno importante – quella di dare inizio all’opera di consolidamento strategico della continuità dei nostri incontri, per evitare sempre possibili dietrofront o testardaggini dell’ultimo momento da parte degli zii, comunque palesemente dispiaciuti e in forte imbarazzo per quella che in cuor loro era, a prescindere da ogni altra considerazione, una mia mancanza di riguardo nei confronti della ‘squisitissima’ gentilezza di Ebenezer (non avevano idea, invero, del fatto che lui, sebbene in modo molto rapace e mai aggressivo, secondo una prassi tutt’altro che involontaria giacché, grazie alla sua capacità di simulare ad arte la più verosimile delle costernazioni possibili, gli avrebbe sempre consentito di essere credibile nel gridare a un tragico malinteso casomai alla fine io fossi sbottato in qualche esplicita forma di protesta o avessi addirittura formulato una vera e propria accusa di molestie nei suoi confronti, non perdesse occasione per tastarmi o per accarezzarmi; e che quindi lo avrebbe fatto senza dubbio anche quella mattina, dato che l’idea del passaggio in macchina non era casuale e priva di secondi fini), mi ero precipitato quasi volando fuori di casa di modo che, se mi avessero chiamato per chiedermi di tornare indietro, in seguito avrei sempre potuto dire di non averli sentiti.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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