L’UOMO DISINCANTATO – “La Luna” (5)

A un certo punto la vulnerabilità strutturale del grande parallelepipedo rettangolo – abbandonato a se stesso e disertato troppo a lungo dalla vitalità naturale della sua funzione originaria – si era fatta a tal punto minacciosa per via dei crolli annunciati che le autorità cittadine avevano dato ordini precisi affinché fosse transennato con urgenza lungo l’intero perimetro, imponendo infine l’umiliazione definitiva e ufficiale della visibilità, sebbene come nel riflesso rovesciato di uno specchio, anche all’ultima sua debolezza, che sino a quel momento era rimasta essenzialmente circoscritta a una subdola infiltrazione inconscia di cautela e timore nel tessuto nervoso dei comportamenti quotidiani delle persone. Sotto il peso di quella fragilità si stava sgretolando il riconoscimento collettivo della presenza dell’edificio che, se una volta era stato assoluto, in quei tempi di passaggio così dimessi e ordinari, mentre la vecchia morbidezza della nostalgia stava per essere soppiantata del tutto dal disagio elettrizzante per un futuro nel quale ciascuno, pur cercando timidamente il proprio punto di vista, non poteva più evitare di immedesimarsi alla meglio come chiunque altro, sembrava proprio destinato a digradare fino al totale disinteresse. A meno che, ovviamente, a riaccendere il senso della relazione tra il “CineMoon” e il suo quartiere non fossero sopraggiunte novità eclatanti, come l’imprevedibile annuncio di una possibile riapertura. E in un certo senso questo era poi accaduto per davvero, giacché un facoltoso produttore di film pornografici di nome Solomon Miliband l’aveva rilevato dai precedenti proprietari con l’intenzione di trasformarlo in un cinema-teatro a luci rosse unico nel suo genere, nel quale infatti ogni proiezione sarebbe stata preceduta da un vero e proprio spettacolo di striptease con professioniste sempre diverse e addirittura con qualche vedette internazionale.
A volerla dire tutta, nel quartiere all’inizio i mugugni c’erano stati eccome, soprattutto da parte di quegli abitanti che avevano vissuto più a lungo i tempi gloriosi del primo “CineMoon” e che la precisione amorevole dei ricordi rendeva naturalmente più nostalgici e conservatori, ma non avevano mai oltrepassato la soglia critica della sommossa come ai tempi dell’occupazione dei musicisti; perciò i lavori di ristrutturazione erano iniziati e proseguiti di buona lena, sebbene in sordina e senza dare troppo nell’occhio, alla maniera dei migliori tradimenti di coppia negli ambienti della buona borghesia.
Una notte, però, un boato assordante ci aveva svegliati e le luci dietro ogni finestra si erano accese, una dopo l’altra, freneticamente e in ordine sparso, come se a un tratto le avesse possedute tutte insieme lo spirito meccanico e giocoso delle luminarie natalizie: il tetto del vecchio cinema era crollato per intero, seppellendo sotto le macerie quanto rimaneva della sua sala! Era un perentorio atto di negazione, l’ultimo sussulto d’orgoglio, in forma di resa definitiva, di un antico tempio sconsacrato di fronte all’estrema e indifferente profanazione del proprio suolo. E io, guardando ascendere, a loro modo miracolosamente, al cielo, ancora una volta tra le stelle e sempre di fronte alla luna, le polveri della sua rovina, dense come nubi svuotate dalla loro tempesta fino a sembrare un morbido affastellarsi di palle di gelato alla crema, mi ero improvvisamente ricordato, con una certa e inspiegabile contentezza, di Sansone e dei filistei e di un film di Cecil B. DeMille che avevo visto con mio padre da bambino.
La grande massa di detriti prodotta da quel crollo spaventoso, la cui eco era poi proseguita per giorni, rimbalzando gravosa più e più volte attraverso ogni più riposto angolo del quartiere, ancora profondamente scosso e frastornato dall’accaduto, in un primo tempo come una specie di smarrita risonanza, graffiata da innumerevoli e snervanti scricchiolii, e poi, lasciata una volta per tutte la fisicità dei timpani e dei padiglioni auricolari, raccolta in un gemito sempre più intimo e spirituale, udibile soltanto nelle vibrazioni della paura e dei ricordi, era rimasta dov’era a fare penosa mostra di sé per non più di una settimana.
Ricordo che dalle rovine, che si mostravano non tanto ammucchiate quanto piuttosto sparse, distese con la coerente compostezza archeologica di una città appena dissepolta, sopra l’intera area del vecchio cinema, sbucavano qua e là la spalliera di legno o il bracciolo di una poltrona, dando l’impressione di essere altrettante parti di indefinibili manufatti interrati, così come qualche coppa di vetro smerigliato appartenuta alle applique dei corridoi laterali e rimasta miracolosamente integra e due grandi plafoniere salvate nella caduta dal più soffice sbriciolarsi della malta di gesso e polvere di marmo degli stucchi che le contenevano, facevano pensare agli ozi conviviali di nobili creature extraterrestri.
A guardare il grosso delle macerie nel loro insieme però, facendo magari qualche passo indietro per consentire allo sguardo di cogliere, a seconda dell’orario, tutti i virtuosismi di una luce sminuzzata dal disordine e tuttavia paziente e quasi protettiva nei confronti del luogo, pareva di essere davanti a un grande diorama ottocentesco e di poter cogliere nell’assoluta staticità di quel cumulo magmatico di frammenti una minima fluttuazione, una sorta di breve moto ondoso sulla superficie increspata dall’alternanza di pezzi d’intonaco bianco, che una volta era stato il rivestimento delle mura perimetrali, e altri invece color azzurro fiordaliso, venuti giù insieme al resto del soffitto. Il “CineMoon”, che ai tempi gloriosi della sua apertura aveva rappresentato per gli abitanti del quartiere il sogno durevole di un cielo artificiale e sempre luminoso, costruito di proposito da uomini a beneficio di altri uomini, e quindi radicalmente diverso da quello remoto e imperturbabile idolatrato dai creazionisti e osservato dagli astronomi, stava trascorrendo i suoi ultimi giorni lì, disteso a terra, sagomato in una specie d’insenatura lungo la costa immaginaria di un mare ispido come l’abbozzo rudimentale di una scenografia teatrale che lasciava intravedere a tratti, alternando profondità e quindi limpidezze differenti, un fondale su cui, tra riccioli, brandelli e filamenti verdi strappati a forza dal tappeto che rivestiva il corridoio mediano per essere poi appena scossi dalla vita minima di un tremolio costante grazie al vento, nuotavano con dolente immobilità i pesci bizzarri disegnati sulle mattonelle in ceramica del pavimento, mediocri imitazioni commerciali – ma questo per la verità l’avrei saputo solo parecchi anni dopo – di quelle preziose prodotte fin dal rinascimento in Italia, a Vietri sul Mare, per iniziativa dei principi Sanseverino, mentre le tavelle sbreccate raccolte ai miei piedi di ipotetico bagnante e spettatore parevano invece comporre un giacimento di conchiglie fossili portato alla luce da un terremoto.
La cosa che alla fine però rendeva questa visione capace di commuovere fino alle lacrime, pur nella sua stravolta e allucinata potenza, lo sguardo di un ragazzino già disincantato come me erano le conseguenze del crollo della grande insegna: la griglia metallica si era accartocciata, diventando una specie di scala a chiocciola innalzata verso il nulla, mentre le lettere si erano ricombinate a casaccio in un messaggio sibillino, NOOMEN, dato che la C e la I, cadendo insieme dalla parte della strada invece che all’interno, erano state portate via subito dai pompieri dopo il loro primo sopralluogo; la luna e la stella, invece, erano rotolate a lungo tra le macerie prima di fermarsi, capovolte e metà. Viste così, soprattutto quando la sera perfezionava tutte le incertezze della fantasia, sembravano un vascello in navigazione dietro la stella polare; e a quel punto la grande metamorfosi del cielo in mare si era definitivamente compiuta. Una trasformazione di non poco conto, in verità, perché se al cielo si guarda sempre dal basso verso l’alto, laddove l’alto è a tal punto sconfinato – nel medesimo tempo incombente e remoto – da poter diventare la metafora più naturale della dimora di Dio o comunque la visione, esteriore e interiore, di un involucro buono, che circonda e protegge alla maniera di un abbraccio o di qualsiasi altra azione o pensiero abbia a che fare con l’amore (non a caso è spesso al chiaro di luna o sotto un cielo stellato che gli amanti riescono a trovare quei momenti d’inimitabile tensione in cui il romanticismo coglie, grazie a un celeste e assoluto silenzio, la perfezione sentimentale della propria infanzia), il mare è piuttosto il rovescio della terra e, non diversamente da come avviene per qualsiasi altro tipo di paesaggio, si osserva appunto in linea orizzontale, sino a rintracciare nel filo della massima distanza visibile uno dei punti di vista – non l’unico né il migliore – sulla fine del mondo. Convertendosi da cielo in mare, il vecchio cinema si era abbattuto sulla terra come un’inondazione improvvisa o una tempesta, cominciando da qual momento a condividere con tutti noi la prospettiva effimera dell’orizzonte – che è insieme quella del tempo che consumiamo e dei passi che camminiamo, della vita che va e della morte che viene – e con me in particolare, nel corso dei mesi che stavano per arrivare, la bellezza chiara e inevitabile di un vero campo da tennis.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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