L’UOMO DISINCANTATO – “La Luna” (2)

Lungo il terzo lato del cinema c’era un condominio popolare dalla struttura tanto scialba quanto esageratamente oblunga, che spiccava però per le tonalità molto vistose della tinteggiatura, come accade a certe persone del tutto anonime che ricorrono a un abbigliamento eccentrico e sgargiante per fare colpo se non sull’intelligenza perlomeno sulla curiosità degli altri. La colorazione dominante delle pareti esterne era infatti un giallo chartreuse poco più saturo e brillante del color pera che trasformava l’intero edificio, se guardato da determinate angolature, in una grande macchia di marciume impressa sulla superficie del cielo, quasi si trattasse del sintomo di un deterioramento dell’aria o di una brutta infezione propagatasi chissà come nello spazio. E c’erano poi – per me, guardati nell’insieme e a debita distanza, potenti evocazioni del ricordo familiare di quei mattoncini a incastro di vari colori coi quali da piccolo, solo nella mia camera chiusa, anestetizzavo i pomeriggi uggiosi trasformando i miei sogni in oggetti stravaganti – i perimetri delle finestre e i cornicioni dipinti di giallo naturale, le persiane avvolgibili grigie, e ancora i parapetti dei terrazzini, costituiti per poco più della metà da ringhiere metalliche verniciate di blu e per il resto da pannelli verdi di cemento a forma di angolo retto, modellati in alto a davanzale, lisci di lato nella parte più corta, e forati invece in quella anteriore da nove oblò chiusi con altrettanti vetromattoni satinati. Siccome mi faceva pensare a uno di quegli elementi decorativi in plastica che vengono adagiati sul fondo degli acquari domestici per simulare la presenza di mondi sommersi e di relitti, mi ero persuaso che le persone che ci vivevano dovessero essere in qualche modo delle creature marine, esseri mitologici come tritoni occhialuti e sirene in sovrappeso ma anche atletici squali ingordi, astuti delfini studiosi e dinoccolati pesci pagliaccio senz’arte né parte; e poi, appena defilati dietro quinte intuitive, vecchi plesiosauri sopravvissuti ancora e ancora a una sempre più imminente estinzione, capodogli e calamari giganti sempre in lotta tra di loro a causa di ataviche antipatie che di volta in volta trovavano il modo di manifestarsi prendendo a pretesto qualche lite condominiale, risolta sempre a suon di urla, battibecchi e inseguimenti su e giù per le scale e infine ondivaghi banchi di giovani sardine, circoscritti, nei giorni migliori, dai riflessi piumati di una bella giornata di sole, quando androni e porticati pullulavano di vita come barriere coralline e persino le scritte sui muri sembravano alghe calcaree e arabeschi di plancton. Immerso quasi perennemente in una foschia che era un impasto greve di vapore acqueo, polvere e residui della combustione ai quali, soprattutto in primavera, si aggiungeva, come una mareggiata schiumosa, la densità volatile dei pollini, quel caseggiato tremolava in collisione perenne con se stesso, tra nitidezza e evanescenza, dietro una frontiera al tempo stesso liquida e piana. Era il segno tangibile di quella specie d’inquinamento spirituale piccolo-borghese che funesta sempre più le grandi periferie urbane. Una volta queste, non potendo permettersi di fare altrimenti, crescevano ben lontane dalla consuetudine di negare la propria condizione di ricettacoli d’indigenza e di esclusione nascondendo dietro menzogne edilizie ispirate al più comodo espediente del decoro l’impossibilità di avere accesso alla bellezza e all’eleganza – magari a volte anche solo ipotetica – dell’architettura, e di conseguenza, diversamente da quanto accade oggi, non ricordavano lo stile di un vestito scadente che scimmiotti dal punto di vista del kitsch l’abito di una grande sartoria. Esse un tempo si identificavano con naturalezza e senza ricorrere alle purghe dei giri di parole nella definizione di “bassifondi”; erano smisurati dormitori, unti di sudiciume, precari, sguaiati, pericolosi da attraversare, e servivano da estremo rifugio per accattoni, ladruncoli, balordi e alcolisti, per rassegnati lavoratori a cottimo, disoccupati cronici, scialbe prostitute a buon mercato, e poi ancora per artisti falliti e nobili decaduti stravaccati da mattina a sera in qualche fumeria d’oppio gestita da immigrati poco raccomandabili e per famiglie strepitanti e sempre più numerose, asserragliate tra monolocali e ballatoi a litigarsi senza soluzione di continuità l’accesso ai bagni comuni; erano grandi capsule di Petri fatte apposta per la coltura di forme marginali di vita umana che nel loro forse anche abietto affievolirsi raschiavano tuttavia caparbiamente la disperazione con gli anticorpi felici dell’abitudine finché, graffio dopo graffio, una qualche specie misteriosa di allegria, di certo tra quelle più impure e primitive, finiva per emergere, con la stessa, claudicante inesattezza delle sensazioni che attraversano rapidissime lo sguardo dei bambini – prima spaurito, poi sorpreso e infine rasserenato e gioioso – di fronte a quei pupazzi a molla che saltano fuori da una scatola nel momento esatto in cui viene aperta.
Sull’ultimo lato del cinema c’era infine una specie di cavedio a cielo aperto, residuo di una costruzione precedente che da quel po’ che ne avanzava si poteva far risalire agli anni ’20, interamente crollata sul versante poi arrangiato a ingresso a causa dei bombardamenti a tappeto della Luftwaffe durante la guerra e per il resto messa in sicurezza alla buona mediante grossi puntelli a contrasto e travi di ferro, all’interno del quale, dentro alcuni dei vecchi ambienti in muratura, protetti all’esterno da una sorta di veranda sostenuta da un telaio di tubi zincati e coperta da una tettoia di lastre di metallo ondulato, avevano trovato sistemazione alcune botteghe artigiane, il cui frastuono però non trapelava mai all’esterno ma, reclinandosi su se stesso, si avvitava in una spirale oscillante, un La a una frequenza di 440 hertz, come se quel luogo, se quello spazio, non fossero altro che un diapason costantemente percosso. Tra queste botteghe più o meno rumorose, appena defilato in fondo sulla destra, c’era però un luogo a parte, imbozzolato nel silenzio inspiegabile e semplice della sua schiva presenza. Era l’incantevole e profumatissimo negozio di un fioraio, un vecchio svizzero magro e gentile che parlava in inglese con uno spiccato accento italo-tedesco e che si chiamava Clemente Koch. A tutti i suoi clienti, senza eccezioni, raccontava della bella villa signorile sul lago di Lugano in cui era nato e cresciuto e che era stato costretto a lasciare a cinquant’anni suonati a causa di una lunga controversia legale vinta infine da certi creditori dei quali, abbandonandosi come un fiume in piena alla sua facondia bitorzoluta di consonanti qua e là addolcite appena da un’indole romanza, parlava in preda a vibrazioni isteriche, lasciando strepitare i denti e strizzando la palpebra sull’occhio destro fino a costringerlo sempre a lacrimare. Grazie alle sue cure un’intera parete di quello strano posto, a metà tra la rovina e l’invenzione, si era coperta quasi per intero di Ceanoto, con fiori che sembravano nuvolette azzurre, pallide e stellari, addossate senza peso sopra un crepuscolo color viola malva, e che a ogni sbuffo del vento mi faceva pensare a una moltitudine festosa di colibrì prossimi ad acquietarsi al centro di un arazzo cinese.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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