L’UOMO DISINCANTATO – La Lady, un’educazione sentimentale (1)

La casa di Fowey nella quale la Lady aveva trascorso più o meno i primi vent’anni della sua vita era un edificio piuttosto antico, delimitato da spesse mura di pietra grigia appena scalfite da un reticolato di fenditure nel quale si alternavano incavi, graffi, scaglie quasi taglienti, minime erosioni simili ad alveoli, crepe e solchi. A seconda della sua esposizione, ogni ambiente di quella dimora signorile profumava in modo unico di fiori diversi e di singole spezie e poi di salsedine, qui più dolciastra, altrove più amara, o che improvvisamente si dileguava del tutto, cosicché con l’abitudine e il tempo era possibile attraversarla a occhi chiusi facendo affidamento solo sulle percezioni dell’olfatto.
Ogni blocco di pietra aveva assorbito l’anima vasta e senza destino dei secoli che gli erano trascorsi davanti, uno dietro l’altro, in sequenze ordinate di tempo denso, quotidiano e indifferente alle vertiginose grandezze, ai picchi brevi e alla solennità vaporosa della storia. L’infaticabile respiro delle correnti che innervano il mare – il padre putativo delle attese di chi ha il privilegio di trascorrere la vita in sua presenza – si era impossessato delle stanze della casa come di una conchiglia abbandonata e ormai ogni rumore, anche il più anonimo, ogni parola, canto o bisbiglio aveva un suo cuore marino nascosto da qualche parte, un alito perduto della sua misteriosa magnificenza al quale non si poteva – costantemente rifatti bambini – non accostare l’orecchio.
La casa aveva molti balconi circondati da ringhiere panciute, qua e là un po’ arrugginite, che a seconda della stagione lasciavano trapelare verso la strada ciuffi di vari fiori colorati, protesi nella ricerca dei raggi di un sole quasi sempre poco robusto e tuttavia caparbiamente devoto al sorriso distratto di una riviera flessuosa ma regolare che a tratti pareva imbronciarsi, come succede ai modi di quelle vecchie cameriere divenute a tal punto parte integrante della vita di più generazioni della famiglia presso la quale prestano servizio da potersi permettere a volte qualche confidenziale sgarbataggine.
La Lady aveva appunto abitato quelle grandi stanze prima da bambina e poi da adolescente, occupata da un tempo tutto suo, che a poco a poco si era sbriciolato, divenendo qualcosa di molto più semplice e oscuro, non più misura della realtà ma ritmo presente di un segreto inaccessibile. Mossa dalla volontà di circondare la sua presenza con un luogo amico e familiare, la consuetudine l’aveva lentamente traghettata oltre la sua indole e la sua coscienza, verso la fuga danzante del mondo al di là delle cose.
Da qualche parte aveva letto che qualcuno, forse un filosofo, aveva affermato che ogni uomo non era altro che il frammento di un dio datosi la morte perché avido di non essere e a lei piaceva pensare di avere la facoltà di percepire l’annientamento di quella vita divina, la sua impronta complicata in grado di ridurre al minimo l’ingombro sociale delle necessità, lasciandola libera di farsi incantare dalla sovrumana leggerezza di un’età tutta dedicata alla disinvoltura felice delle emozioni.
Fin da ragazzina, la Lady aveva quindi iniziato a pensare alla propria morte come alla solenne, piccola consunzione di un atomo del dio estinto, e questa congettura e l’impossibilità istintiva di attribuirsi all’essere o al nulla avevano esercitato su di lei il fascino costante di un’allusione, contribuendo grandemente a ispirare il passo tipico – mondano e spirituale – della sua vita.
Al centro di tutto questo stava però, tanto discreta quanto decisiva, una sorta di pratica rituale: in sostanza la Lady aveva preso l’abitudine di ritagliare un piccolo rettangolo di carta dalla prima pagina del quotidiano che suo padre riceveva in abbonamento e sul quale era stampata la data del giorno appena iniziato – quindi nient’altro che numeri e mesi, apparentemente privi di soluzione di continuità – e incollava poi ogni ritaglio in uno dei tanti album dalla copertina cartonata e decorata con disegni di Mackmurdo, Crane e Morris che andavano popolando la piccola libreria della sua camera man mano che la liberava dall’ingombro dei suoi abitatori tradizionali, cioè i libri; la Lady, infatti, si era accorta di non amarli più da quando il suo cuore aveva bruscamente scartato per vie tutte sue in seguito all’episodio che più di ogni altro aveva segnato la sua giovinezza.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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