L’UOMO DISINCANTATO – Io e Sean (3)

A onor del vero, l’amicizia tra di noi non era decollata proprio subito, e questo soprattutto a causa del mio carattere complicato e oltremodo carente di equilibrio in fatto di socializzazione (rispetto ai miei coetanei passavo infatti, e in maniera sempre piuttosto disarmonica, dalle aperture euforiche e spavalde che, per necessità fatta virtù, rivolgevo di norma ai più strambi e marginali di loro, a un atteggiamento di totale chiusura, una sorta di cocciuta combinazione di timidezza e di disinteresse ispirata dal desiderio e al gusto di rimanere per conto mio, succubo del ribollire introverso delle mie tante fantasticherie e di un complementare senso di penosa indifferenza nei confronti di ogni opportunità che, collocandomi al di fuori di me stesso e del mio prendermi in considerazione soltanto come protagonista di una serie di ipotesi suggestive e perfette, potesse almeno in parte mettermi concretamente in relazione con la comune realtà dei rapporti sociali, quella cioè in cui tutti si arrangiano, dandosi da fare ogni giorno e adattando come meglio possono l’egoismo alla generosità e il desiderio all’educazione, e tutto quanto alle oggettive ristrettezze imposte loro di volta in volta dal tempo, dal luogo e dall’appartenenza a un determinato ceto).
Nei giorni successivi a quel primo incontro, consumatosi a conti fatti in modo piuttosto ordinario tra qualche sparso, caotico sorriso e poche parole, quasi tutte di circostanza, ma reso pure emozionante dall’invito di Sean – da me tanto immediatamente desiderato quanto, a causa della mia timidezza e dell’impaccio che sempre ne conseguiva, non richiesto – a provare la sua racchetta per tentare a mia volta qualche palleggio contro il muro (per fortuna, pur essendo allora del tutto inesperto, me l’ero cavata molto bene, mostrando già un certo talento naturale e senza fare delle brutte figure che, in considerazione della mia natura vulnerabile e del mio carattere orgoglioso, mi avrebbero senz’altro amareggiato sino al punto d’impormi il rifiuto testardo e definitivo di ogni ulteriore esperimento, ed esibendomi addirittura, grazie al solo istinto, in un fortunoso ma perfetto rovescio a due mani in topspin, epifania quasi miracolosa di uno stile tennistico che era ancora tutto di là da venire, e che, senza ovviamente smettere di palleggiare, avevo subito associato al tentativo, suggeritomi ancora una volta dall’insicurezza e da un’infantile smania di approvazione, di carpire con la coda dell’occhio anche il minimo cenno di meraviglia da parte del mio unico spettatore), ero tornato in quel viottolo, sempre evitando tuttavia di fissare un vero e proprio appuntamento con Sean, giacché mi piaceva l’idea che comunque ogni nostro incontro sembrasse a lui – ma in fondo anche a me – un evento del tutto casuale.
C’è da dire però che quando non riuscivo a incrociarlo finivo puntualmente per covare un cupo, crescente malumore lungo la via del ritorno e, giunto a casa, ancora per tutta la sera, sino al momento in cui, dopo essermi disteso tra le lenzuola fresche di bucato e sotto le coperte del mio letto, quell’insoddisfazione si coagulava in qualche astruso minuto di estrema, sospesa sofferenza prima di abbandonarsi alla beatitudine lenitiva della stanchezza, scomponendosi a poco a poco nelle caliginose e benedette profondità del sonno.
Confuso com’ero da questo conflitto – così intimo e vertiginoso – tra lo slancio e la ritrosia, mi succedeva anche di evitare di proposito di incontrare Sean, limitandomi a spiarlo quando palleggiava contro il muro senza farmi vedere, gratificato dal solo desiderio di carpire il segreto di quella che mi sembrava un’abilità straordinaria senza compromettermi con le distrazioni emotive di un’amicizia (sebbene poi, e non di rado, mi decidessi anche a uscire allo scoperto, dandomi un tono di superiorità grazie al ricorso alla camminata ciondolante che avevo imparato da certi bulli del quartiere, e nel rispondere solo con un vago sorriso al suo saluto).
L’idea per uscire dal circolo vizioso di quegli interminabili e per certi versi anche sempre più imbarazzanti preliminari che né io né lui, forse in quanto legati con lo stesso affetto alla libertà un po’ anarchica che ci veniva dalle nostre rispettive solitudini o magari perché trattenuti dalla scarsa confidenza con le meccaniche fondamentali dell’amicizia o ancora chissà, più banalmente, a causa di una semplice, innata svogliatezza (per quanto poi non sia affatto improbabile che in realtà lo stallo fosse dovuto a un intreccio disordinato di tutti o solo di alcuni di questi fattori), sembravamo in grado di far evolvere in una qualsiasi direzione, era infine venuta a me quando, trovandomi una mattina a passare nelle vicinanze del campo da tennis che il fioraio Koch aveva creato sulle rovine del vecchio “CineMoon”, ben occultato all’esterno dai filari sempre più svettanti e compatti delle siepi e dal quale mi giungevano ovattati ma inconfondibili i suoni per me già istintivamente emozionanti di una partita in corso, avevo realizzato all’improvviso che con ogni probabilità Sean, come del resto tantissima altra gente nel quartiere, non sapeva dell’esistenza di quel luogo e che quindi se gliene avessi parlato, magari anche presentandomi – mentendo sfacciatamente – nei panni del frequentatore assiduo, non solo avrei acquisito prestigio ai suoi occhi ma di sicuro mi sarei meritato la sua gratitudine.
Non mi ero sbagliato: Sean, infatti, aveva accolto la notizia – che comunque mi ero sforzato di dargli col tono approssimativo di chi, quasi soprappensiero, sta parlando di un argomento qualsiasi, così, tanto per fare un po’ di conversazione – illuminandosi subito in volto di un’allegria stordita e sorridente, così chiaramente pervaso dal ribollire di speranze e possibilità ancora lacunose ma che, proprio per questa ragione, si lasciavano riconoscere quasi una per una nel singolo palpito di quello dei suoi tratti che si era fatto carico di esprimerla (più o meno come succede quando si è di fronte ai resti di un antico affresco, allorché anche una mezza figura rimasta ben visibile consente non solo di indovinarne il soggetto ma anche di immaginare che aspetto dovesse avere nell’insieme subito dopo essere stato dipinto), da dare il via allo scorrere euforico e spigliato di tutta una serie di domande che, combinandosi a poco a poco con le mie risposte e rifinendosi poi nel flusso sempre più naturale delle digressioni e degli incisi, delle esclamazioni e persino delle battute, avevano finito per generare un dialogo vero e proprio, inaugurando con esso, ancora una volta grazie al tennis, la bella stagione della nostra amicizia.

(estratto dal primo volume)

©Andrea Rossetti

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