L’UOMO DISINCANTATO – Il professor Wittgenhauer e l’etica matematica.

Ci sono giornate particolari che non si esauriscono nel tempo misurato che le consuetudini umane mettono a loro disposizione, giornate che hanno conseguenze inesplicabili e durature come una vaccinazione, che si propagano spedite e senza sudditanza in direzione dell’eternità nonostante poi si perdano come tutte le altre secondo lo spirito carnevalesco proprio del tempo, a volte come nugoli di coriandoli, altre come spirali di stelle filanti.
Quel giorno pareva avere avuto origine tutto intero dalla caduta frenetica di una pioggia scrosciante e tale circostanza aveva ispirato al professor Wittgenhauer un indefinibile sentimento da recluso e il desiderio di godere di un silenzio totale, eremitico, rassomigliante a quello di una cella certosina. Le foglie degli alberi rilucevano sparpagliate davanti alle sue finestre simili a lembi di plastica bagnata mentre la strada, visibile solo in forma di ritaglio casuale fra ramo e ramo, abbagliava specchiante come una chiazza d’olio in una ciotola piena d’acqua. Gli occhi facevano molta fatica a decifrare una simile vista, resa uniformemente liquida dalla violenza battente del temporale, che invece per altre vie sollecitava l’incantevole nostalgia di un ripiegamento sulle antiche suggestioni della camera ludica dell’infanzia, nella quale a suo tempo tutto poteva accadere al riparo del potente spirito del gioco.
Dietro il muro grigio della casa, illanguidito dallo scorrere della pioggia, ondeggiavano i contorni indefiniti della vita quotidiana, fatta di passanti, di paesaggio e di infinite combinazioni di movimento.
Il professor Wittgenhauer tornò a sedere alla sua scrivania e rilesse con orgoglio e non senza una certamente cattedratica ma non insincera commozione il saggio che considerava il suo capolavoro e che da alcuni minuti poteva considerare finalmente ultimato: “Deontologia e matematica della vita morale“:
SETTE PROPOSIZIONI SULLA VERITA’ DELLA LIBERTÀ
1) La verità limita la libertà nel senso che non le consente di essere altro da se stessa, d’altro canto ciò che consentisse alla libertà di essere altro da se stessa lo farebbe a prezzo di una falsificazione: ne consegue che una falsa libertà non potrà essere una maggiore libertà, né per quantità né per qualità, per la semplice ragione che ha cessato di essere libertà.
2) Esistono tante matematiche possibili, esistono la geometria euclidea e quelle non euclidee, ma ciò che egualmente emerge è il vincolo al quale la libertà è sottoposta dalla verità (la coerenza necessaria), e tale vincolo non può che essere comune a tutte le possibili matematiche (una matematica che non sia coerente coi propri vincoli assiomatici è infatti una matematica errata, una non-matematica, così come una libertà che non sia coerente con la propria verità è una non-libertà).
3) La verità della libertà è inaccessibile (in quanto non posta da noi così come avviene, invece, per l’assiomatica di cui si diceva: le essenze non sono del linguaggio che, infatti, non è sistematico, al contrario delle singole lingue che “funzionano” mediante codici, i quali regolano, però, soltanto l’uso, i significati referenziali) e tuttavia essa è necessaria perché la libertà non può essere che la libertà ed è anche certa perché se A = A è chiaro che A non può essere anche ≠ A.
4) La verità della libertà, oltre che inaccessibile, necessaria e certa, c’è, perché se non ci fosse non sarebbe necessaria e la libertà potrebbe essere quindi qualsiasi altra cosa (sarebbe il principio di una sorta di “babele” cognitiva e ciò stabilirebbe l’impossibilità di qualsiasi conoscenza).
5) Certo, dal punto di vista della logica ermeneutica si potrebbe dire che la verità della libertà è semplicemente ciò che, di volta in volta, viene predicato nell’uso, nel flusso delle interpretazioni, quindi una sorta di verità partecipata e mutevole, ma questa obiezione è solo apparente perché non fa che distinguere tra un’essenza necessaria e inaccessibile e una contingenza necessaria e disponibile: quest’ultima non può essere la verità della libertà perché, lungi dal dare conto di sé, dà conto soltanto di ciò rispetto a cui è contingente.
6) La verità della libertà si mostra e non viene dimostrata.
7) Se c’è una verità della libertà – inaccessibile, necessaria e certa – una volontà che voglia dirsi libera non potrà che volere conformemente a quella: allorché invece si eserciterà usando della libertà e volendo quindi in conformità solo con se stessa sarà portata a intendere come sua libertà l’autoreferenzialità della condizione che avrà prodotto.
FONDAMENTI ASSIOMATICI DELL’ETICA
In base a quanto detto pare ora opportuno riprendere alcuni concetti esposti in precedenza affinché le nuove acquisizioni possano fornire loro una chiarezza supplementare.
La libertà è al centro dell’azione dell’uomo perché garantisce la mobilitazione della volontà secondo la verità. Tuttavia la libertà stessa, per non essere illusoria, cioè mera funzione della volontà, deve a sua volta rispondere fedelmente della propria verità. Nelle sette proposizioni sulla verità della libertà di tale verità era stato detto che c’è e che è inaccessibile, necessaria e certa.
Tale definizione risponde appunto al concetto di Dio che è, quindi, il nome della verità della libertà, il modo in cui noi la chiamiamo in causa. Con ciò diamo ulteriore, definitiva coerenza alla funzione di Dio come postulato logico della legge morale.
La riflessione che abbiamo fin qui condotto, però, ci dice anche dell’altro: che, cioè, la necessità di quel limite non è solo teorica, come accadeva ancora nelle sette proposizioni, ma anche pratica, a causa degli esiti irrazionalistici, ampiamente dimostrati, di un’azione non conforme alle modalità proprie della legge morale.
Se Dio è la verità della libertà e, in quanto tale, postulato generale della legge morale, ciò non accade univocamente: tale postulato, infatti, può essere formale o sostanziale.
Dio è postulato formale rispetto alla legge morale e la sua necessità logica non comporta necessariamente anche l’esistenza. In altre parole, riconoscere Dio all’origine della legge morale non significa affatto avere fede in Dio. Questa osservazione risponde implicitamente anche alla possibile obiezione circa la prossimità tra le sette proposizioni sulla verità della libertà e l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta, mostrandone in via definitiva l’infondatezza. Dio, in quanto postulato logicamente necessario, enunciato in termini formali e operativi (già come conseguenza di sé), resta inaccessibile in ordine alla sua essenza ed esistenza.
Dio è, invece, postulato sostanziale rispetto alla legge morale confessionale che non si contrappone mai in linea di fatto alla legge morale (se non nell’errore), dalla quale si differenzia altresì solo in linea di principio nei ristretti ambiti che le sono propri. In questo caso Dio è concepito come esistente ma ciò non avviene secondo ragione bensì in virtù della presunta ragionevolezza della fede.
Prima di enunciare i fondamenti assiomatici della legge morale resta da distinguere l’azione pratica dall’azione contemplativa: la prima consiste nella mobilitazione, da parte della libertà, della verità per la volontà; la seconda nella mobilitazione, sempre da parte della libertà, della volontà per la verità.
Entrambe divengono azioni compiute, ciascuna secondo la propria specifica qualità, quando la volontà e la verità si attivano reciprocamente nel legame con la libertà.
POSTULATO GENERALE
Dato Dio, essenza della verità e verità dell’essenza e quindi principio e giudice ontologico e necessario dell’azione morale:
a) agisci come se ogni cosa che dici ti mostrasse la sua propria essenza e quindi nulla assumendo come mezzo e tutto come fine (imperativo dell’azione pratica);
b) rendi conto incessantemente a te stesso della forma ipotetica nella quale dici l’imperativo dell’azione pratica (imperativo dell’azione contemplativa).
La relatività necessaria dell’imperativo dell’azione pratica (ipotesi) trova compensazione nell’infinità altrettanto necessaria dell’imperativo dell’azione contemplativa: ciò ammette l’imperfezione morale implicita in ogni singola determinazione (che non è, tuttavia, immoralità) e conseguentemente la possibilità di un perfezionamento graduale del determinarsi.
DEFINIZIONI ASSIOMATICHE ATTUATIVE DELL’ETICA
Se il postulato generale, giustificato dalla necessità, fornisce all’azione morale i contenuti teorici assoluti, le modalità operative prime dell’azione morale sono definite mediante sette assiomi fondamentali.
1) Assioma dei rapporti reversibili nei nuclei originari delle azioni morali presi nelle varianti teorica ed effettiva.
Date la volontà Vo, la libertà L e la verità della circostanza Ve, nella variante teorica x, sia la somma della libertà alla volontà che determina l’azione contemplativa uguale a quella inversa della volontà alla libertà, la somma della libertà alla verità della circostanza che determina l’azione pratica uguale a quella inversa della verità della circostanza alla verità, la somma della volontà alla verità della circostanza che istituisce l’azione compiuta uguale a quella inversa della verità della circostanza alla volontà; e sia parimenti, nella variante effettiva y, il prodotto della libertà per la volontà che determina l’azione contemplativa uguale a quello inverso della volontà per la libertà, il prodotto della libertà per la verità della circostanza che determina l’azione pratica uguale a quello inverso della verità della circostanza per la libertà, il prodotto della volontà per la verità della circostanza che istituisce l’azione compiuta uguale a quello inverso della verità della circostanza per la volontà.
L + Vo = Vo + L; L + Ve = Ve + L; Vo + Ve = Ve + Vo
LVo = VoL; LVe = VeL; VoVe = VeVo
2) Assioma delle uguaglianze dei modi delle azioni morali presi nella loro completezza e nelle varianti teorica ed effettiva.
Date la volontà Vo, la libertà L e la verità della circostanza Ve, nella variante teorica x, sia la somma della libertà alla volontà e di tale somma alla verità della circostanza (azione contemplativa) uguale a quelle che derivano dalla somma della libertà alla verità della circostanza e di questa alla volontà (azione pratica) e dalla somma della volontà alla verità della circostanza e di questa alla libertà (azione compiuta); e sia parimenti, nella variante effettiva y, il prodotto della moltiplicazione della libertà per la volontà e di queste per la verità della circostanza (azione contemplativa) uguali a quelli che derivano dalla moltiplicazione della libertà per la verità della circostanza e di queste per la volontà (azione pratica) e della volontà per la verità della circostanza e di queste per la libertà (azione compiuta).
(L + Vo) + Ve = (L + Ve) + Vo = (Vo + Ve) + L
(LVo)Ve = (LVe) Vo = (VoVe) L
3) Assioma dei tre gradi fondamentali della virtù.
Date la volontà Vo, la libertà L e la verità della circostanza Ve, è morale quella volontà che si decide in funzione della relazione tra libertà e verità della circostanza (virtù etica); è morale quella libertà che si determina in funzione della relazione tra volontà e verità della circostanza (virtù esecutiva); è morale quella verità della circostanza che ha rilievo in funzione della relazione tra volontà e libertà (virtù dianoetica):
Vo(L + Ve) = VoL + VoVe
L(Vo + Ve) = LVo + LVe
Ve(L + Vo) = VeL + VeVo
4) Assioma del potenziale infinito della variante contemplativa dell’azione.
Per ogni azione virtuosa o viziosa A, il coefficiente di contemplazione che la definisce una volta per tutte deve essere ammesso = 0, tale che A + 0 = A.
5) Assioma dell’irripetibilità della variante attiva dell’azione.
Per ogni azione virtuosa o viziosa A, il coefficiente d’azione che la definisce una volta per tutte deve essere ammesso = 1, tale che A x 1 = A.
6) Assioma del simulacro morale.
Per ogni virtù v esiste un coefficiente di falsificazione ermeneutica f che, sommato alla virtù stessa, è in grado di annullarne l’effettività morale in un simulacro retorico, tale che v + f = 0.
7) Assioma del vizio strutturale delle etiche consequenzialiste.
Date la volontà Vo, la libertà L e la verità Ve, si dice viziosa quell’azione derivante dall’attribuzione relativistica alla verità di un qualsiasi valore ermeneutico finito (negando l’ipotetica dell’imperativo dell’azione pratica in funzione di semplici cose e di puri mezzi) tale che dall’equazione convenzionale VeL = VeVo derivi che L = Vo, ovvero l’equivalenza della libertà e della volontà.”
Non appena finì di rileggere ciò che aveva scritto, il professor Wittgenhauer si rese improvvisamente conto di piangere a dirotto da chissà quanto tempo e subito si sentì felice al pensiero che gli esiti emotivi del suo orgoglio intellettuale fossero in quel giorno, in modo tanto docile e gratificante, la trasposizione perfetta dell’indole meteorologica della sua  cara e mai abbastanza amata Inghilterra.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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