L’UOMO DISINCANTATO – Il pestaggio di Lord Finnegan

In seguito, nel periodo di massima tensione tra i membri del comitato per le celebrazioni del centenario del torneo e i soci temporanei che, non essendo stati invitati a partecipare con una loro rappresentanza, avevano organizzato una violenta contestazione dell’iniziativa culminata con la fondazione del Club dei Porno-Malinconici e con la diffusione del relativo manifesto, accadde un episodio di sorprendente violenza la cui unica ripercussione davvero rilevante fu poi però di tutt’altra natura.
Una mattina, verso mezzogiorno, Lord Finnegan, atteso sul campo per un doppio misto, arrivò al circolo in uno stato a dir poco pietoso: una manica della sua giacca in tweed era stata strappata via di netto, aveva il panciotto slabbrato, la camicia lacerata in più punti ed era sporco di terra dappertutto; i suoi capelli erano misti a grumi di polvere e si presentavano arruffati come se si fosse sottoposto a una permanente riuscita male; un occhio era tumefatto e dalla fronte e dal lato sinistro della bocca colava sangue in abbondanza.
Non appena gli inservienti del club lo videro entrare in quelle condizioni si affrettarono a prestargli aiuto sostenendolo nel tratto di strada che lo separava dalle poltroncine della veranda e preoccupandosi di procurargli degli asciugamani umidi e una borsa col ghiaccio per un primo soccorso.
Lord Finnegan, ancora visibilmente scosso, riprese fiato per qualche istante e poi iniziò subito a parlare con frenesia adrenalinica riferendo i dettagli della propria disavventura ai presenti e a coloro che nel frattempo, richiamati dal clamore e dal viavai, stavano sopraggiungendo. E Peter, che a causa di tutto quel trambusto aveva interrotto i suoi allenamenti con Francis, era appunto tra questi.
Dunque, mentre se ne saliva bel bello verso il circolo con le sue tre perfette racchette nella borsa, di diversa grammatura ma tutte rigorosamente bilanciate al manico, e che in seguito peraltro non avrebbe più ritrovate, Milord si era accorto che da uno dei fori aperti nella nebbiolina quasi azzurra che si andava rapidamente diradando erano sbucati, in cima alla piccola salita, quattro loschi giovanotti a suo dire vestiti come dei pagliacci, che portavano sulla testa delle bombette alla Charlot. A Peter venne spontaneo pensare – e non fu il solo perché qualcuno addirittura glielo disse apertamente con nemmeno contenuta ironia – che a causa del trauma stesse facendo confusione col film di Stanley Kubrick – “A Clockwork Orange”  ma lui ribadì più volte il concetto difendendo con fermezza categorica tutta la propria capacità di intendere e di volere. Lord Finnegan raccontò di non aver pensato a un tentativo di rapina – che poi in effetti, a parte le racchette, non c’era stata – ma a una provocazione, a una bravata ideata dai membri del Club dei Porno-Malinconici, e insisteva nel dichiararsi convintissimo della sua accusa giacché, analizzando i fatti, proprio l’inattesa aggressione fisica della quale era poi rimasto vittima dimostrava al di là di ogni ragionevole dubbio la sua teoria circa la reale natura del Club, infiltrato da veri e propri delinquenti estranei alla vita e alle finalità proprie del circolo All England Lawn Tennis and Croquet e di conseguenza lontanissimo dall’essere soltanto un ritrovo di stravaganti e scanzonati contestatori ideologici del comitato istituito per organizzare e coordinare le celebrazioni del centenario del torneo.
I quattro mascalzoni gli si erano quindi avvicinati, borbottando ghignanti triviali parole di dileggio, e Milord, invece di cercare una via di fuga da quell’inattesa situazione di pericolo, si era lasciato prendere la mano dai suoi geni di signorotto feudale urtando deliberatamente i suoi assalitori con tutta l’alterigia possibile per farsi largo a forza e proseguire così per la sua strada. Il suo era stato però un errore davvero sciagurato. Perché evocare antiche differenze di casta, soprattutto con un gesto tanto esplicito nel suo significato da snobbare il benché minimo tentativo di compromesso, quando si è oramai immersi fino al collo in tempi di abitudinaria democrazia – tra l’altro densi a sufficienza di tensioni di classe e di centripete rivendicazioni – e mentre ci si trova in una condizione di palese inadeguatezza rispetto all’avversario, significa coinvolgere avventatamente nella precarietà della resa dei conti secoli e secoli di storia, e quindi strascichi, residui e sedimenti di conflitti, soprusi e umiliazioni che hanno gonfiato di rabbia e d’invidia sociale tanto la furia delle rivoluzioni e l’intransigenza delle ideologie quanto un numero smisurato di azioni criminali. In sostanza, con la sua reazione sconsiderata, Lord Finnegan aveva innescato la metamorfosi di un banale atto teppistico, verosimilmente improvvisato sul momento dai suoi assalitori e quindi del tutto fine a se stesso, nell’esecuzione di una sentenza di giustizia proletaria, qualcosa che di punto in bianco aveva rovesciato in profondità il senso della violenza con la solennità prorompente di una vocazione: alla becera realtà iniziale della prepotenza rissosa era insomma subentrato l’ideale della lotta di classe e i quattro assalitori, animati da un sentimento che all’improvviso si era trasformato in qualcosa di molto vicino all’orgoglio, avevano trovato gli estremi della propria dignità nella decisa contrapposizione alla superbia della loro vittima, ravvisando così nel suo pestaggio i tratti di una questione di principio.
Milord continuava a raccontare la sua disavventura dipingendosi come una specie di Bernard Réné Jourdan de Launay, l’ultimo governatore della Bastiglia linciato dai rivoluzionari, soltanto molto più fortunato. Dopo aver tentato di forzare il blocco con quel gesto di sussiego, infatti, era subito stato sfiorato da un pugno violentissimo che l’aveva mancato d’un soffio solo perché all’ultimo momento un’automobile di passaggio aveva distratto il teppista picchiatore; ma subito dopo un montante proveniente da un’altra direzione imprecisabile l’aveva invece centrato in pieno alla bocca dello stomaco. Nel tentativo di colpire a sua volta, Lord Finnegan era scivolato a terra provocando le risa alienate dei suoi aggressori mentre una botta terribile, assestata sulla sua nuca verosimilmente col piatto di una delle sue racchette, gli aveva quasi fatto perdere conoscenza.
Allora i quattro assalitori, afferrate le altre racchette, avevano iniziato a colpirlo come dei forsennati senza smettere mai di sghignazzare e alla fine, strattonandolo nel tentativo di rimetterlo in piedi per picchiarlo anche da angolature differenti, gli avevano strappato la manica della giacca. A quel punto, probabilmente annoiati dall’inerzia della loro vittima, si erano allontanati di corsa ma con un passo gioioso, infantile, che in qualche modo ricordava una danza.
Mentre da terra li malediceva, colto nel suo crescente stordimento prossimo alla fisiologica dissipazione anestetica della coscienza da quell’ultimo bagliore davvero nitido di lucidità intellettuale che coincide sempre con l’acme di un dolore fisico, Lord Finnegan si era persuaso che quei quattro fossero gente legata in qualche modo al Club dei Porno-Malinconici; poi aveva iniziato a seguire le ramificazioni di pensieri che le circostanze, l’agitazione e la confusione, lo scorno e il dolore, stavano rendendo progressivamente più deboli e rarefatti, pronti per essere travasati nel calderone passionale di un discorso sempre più balbettante e approssimativo. Come per un incontrollabile farfugliamento del pensiero e appena prima di perdere i sensi, era allora disceso con la coscienza nei meandri ombrosi di un fastidio morale del quale avvertiva le motivazioni in modo disorganico e che proprio tale disorganizzazione andava a sua volta ad aumentare. Si trovava immerso nella perfezione viziosa di una specie di caos razionale e il motivato fastidio che sentiva era giusto quello per lo stato di disordine generale che nel contempo lo circondava e lo pervadeva. L’esattezza assoluta e sempre e solo parzialmente modificabile dell’inesatto. Lord Finnegan pensava che il disordine razionale producesse quello morale che a sua volta era la causa di quello sociale – del quale la sventurata circostanza del suo pestaggio era una manifestazione contingente – e così viceversa all’infinito. C’era nelle sue parole un sentimento di sconfitta prometeica priva di rassegnazione che mi ricordava un po’ il generale Custer alla battaglia di Little Big Horn. Per Milord il fallimento – concetto che si dispiegava come una minacciosa faglia planare in movimento dal suo infortunio a opera dei quattro scellerati all’inadeguatezza della ragione respinta dalla piena luce della verità – era un’intimidazione senz’altro predestinata ma non per questo passivamente accettabile.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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