L’UOMO DISINCANTATO – Il mondo segreto di Tea Boot (5)

Pensava ancora all’azzurrità dell’azzurro del cielo, ma sempre più come a un antico sogno d’infanzia, una sorta di reperto sentimentale, la cui realizzazione ella metteva ancora in palio da sé per se stessa al termine di uno dei tanti giochi improvvisati con i quali teneva in allenamento la fantasia nel corso di giornate identiche e interminabili.
Durante una di queste, e per l’esattezza di prima mattina, che le sembrava l’ora più conveniente per l’annuncio di una resurrezione, si era decisa a mettere al corrente la famiglia della sua intenzione di entrare in un monastero di clausura. A spingerla a fare una scelta così drastica aveva contribuito, tra le altre cose, anche un certo dispetto nei confronti della carezzevole dolcezza di un innamoramento imprevisto, il primo e anche l’ultimo della sua vita, e dei desideri carnali coi quali la natura lo nutriva meccanicamente; un sentimento che Marie non aveva mai voluto riconoscere sul serio, avendolo percepito fin dall’inizio, complice pure il macchinoso disagio dovuto alla sua inesperienza, come residuo e barlume di quell’ordine materiale delle cose da lei sempre relegato ai margini del modo, definito invece per intero entro i confini di un’interiorità gelosa, con cui le veniva spontaneo assaporare l’esistenza, ma che col tempo era comunque riuscito a farsi largo tra i suoi pensieri senza che lei – nell’esserne consapevole – lo volesse. Alla fine, infatti, quell’amore giovanile di Marie per il figlio maggiore di uno dei mezzadri di suo padre – un ragazzotto robusto e selvatico con gli occhi azzurri e un groviglio di capelli color rame sulla testa – era stato spazzato via proprio dalla rivincita vendicativa della volontà sull’istinto, molto prima che potesse farsi carico, esattamente come ogni altro, delle sue promesse di gioia e di sventura da portare in dote alla realtà dei fatti, e si era presto eclissato per sempre tra le tante occasioni mancate che già gravavano sulla sua vita (anche se Tea era persuasa che gli unici amori autentici e ammirevoli fossero appunto quelli sommersi, inadatti per eccesso o per difetto o anche solo impossibilitati a realizzarsi in farraginosi, caduchi e comunque ordinari rapporti interpersonali: “La vera desolazione sentimentale”, pensava, “non appartiene difatti a un amore che finisce ma soltanto a quello che non comincia, non quindi a ciò che comunque, nel bene e nel male, è stato, ma a quanto avrebbe dovuto essere e che invece non sarà mai; essa si dà, effettivamente piena, solo al manifestarsi della completa irrilevanza di una sensazione, tutta positiva e già incline alla gioia, e dell’identica consapevolezza nella quale si è poi trasfigurata, di fronte all’arbitrio avverso della sorte; un grande amore che finisce lascia dietro di sé una scia fluida di ricordi dolorosi destinata a diventare in ogni caso uno degli ingredienti vitali del futuro ma un grande amore che non ha mai avuto luogo si calcifica da subito nel sasso del sogno desolato che lo infrange”).
Prima di lasciare una volta per tutte i luoghi della sua giovinezza per mettersi in viaggio verso il monastero nel quale avrebbe passato il resto della sua vita, Marie si era attardata a girovagare qua e là, con l’intento di riconoscere uno per uno, fino a poterli trattenere con facilità nella memoria, gli odori della sua terra custoditi fra i riccioli di vento freddo che le ruzzolavano sul viso. Una neve fittissima e minuta scendeva ormai da giorni quasi senza interruzione e lei, che fino a quel momento aveva trascorso ore e ore a guardarla cadere al di là della finestra, sopra le vite altrui, una volta passata dall’altra parte, poteva provare a stabilire un nesso istintivo, una continuità, fosse anche incongrua, tra i due segmenti in apparenza completamente divergenti – il prima e il dopo – della sua strana esistenza. Se infatti in passato, nell’atto di guardare la neve dalla sua stanza, ella aveva inteso mantenere nonostante tutto un legame con quel mondo che era rimasto indifferente alla sua storia, era adesso il medesimo spirito a spingerla a usare la neve per temperare lo smarrimento causato dall’abbandono anche fisico delle poche ma indiscutibili certezze grazie alle quali era comunque sfilata via la prima età della sua vita e dalla solitudine conseguente dei suoi passi, tipici e distinguibili con assoluta precisione, tra i passi della gente, abituati da sempre gli uni agli altri e definitivamente complici nel loro quasi sinfonico suonare compatti.
Marie aveva sempre amato la folla e non di rado aveva sentito il desiderio di farne parte, ma sapendo in cuor suo di essere chiamata a un destino di solitudine, si era ben guardata dal lasciarsi andare alla benché minima speranza in tal senso. Gli altri camminavano sulla neve mentre lei ci sprofondava dentro, troppo piccola e minuta per tentare di essere veloce: non sarebbe mai stata una di loro e i suoi passi, verosimili e bugiardi come le immagini restituite da uno specchio, sarebbero stati segretamente diversi da tutti gli altri sino alla fine.
Durante il viaggio che doveva portarla al monastero, forse perché lo sfinimento malinconico che cinge e a poco a poco conduce al sopore ogni grande distacco sollecita anche nella memoria un gran numero di disperse reviviscenze, si era sorpresa a ripensare alla sua amica Anna e a quell’infanzia che, sebbene entro i limiti imposti alle sue giornate dal febbrile fervore per l’arte, avevano comunque spesso condiviso.
Ad Anna la univa una sorta di spensierata fratellanza e all’epoca in cui tutto in lei ancora fioriva – il riso così come la pittura – tra molti altri giochi avevano inventato insieme anche una sorta di caccia al tesoro. Si trattava in sostanza di cercare e di raccogliere oggetti perduti o abbandonati, ai quali attribuire un valore solo al momento del confronto finale tra i due bottini; la vittoria andava a quella delle due che era riuscita a trovare la cosa più bella – e qui ogni volta era tutto un ribollire di discussioni appassionate, un divertente saliscendi di tesi e di antitesi tra spiragli di conciliazione e repentine rotture – e non per forza a colei che invece poteva vantare il maggior numero di ritrovamenti.
A Marie quel gioco era sempre piaciuto molto, e non solo per via del finale, che se ne era senza dubbio l’aspetto più animato ne costituiva pure, e altrettanto indiscutibilmente, quello in cui la ripetitività dello schema concedeva meno spazio agli scarti della fantasia, ma soprattutto per la singolare eccitazione – a volte talmente violenta da costringerla a cercare in fretta l’angolo appartato più vicino per dare libero sfogo a un bisogno di orinare tanto impellente quanto pressoché immaginario – che le suscitava il momento del distacco da Anna, carico com’era dei fantastici presagi della sua prossima avventura solitaria. Marie consumava quell’esperienza guidata da un’emozione che le vellicava la bocca dello stomaco, tenendo bene a mente la piccola rivelazione sentimentale che aveva avuto in sogno, durante una delle tante notti schiarite dalla fiamma danzante della candela accesa sotto il crocifisso: in una luce intensa e raccolta, come se tutto stesse capitando sulla luna, si era vista andarsene a zonzo attraverso uno spazio apparentemente sconfinato, costretta a sollevare con pazienza, uno dopo l’altro, i lunghi veli che, senza soluzione di continuità, ostacolavano il suo cammino.
Di quel gioco d’infanzia le era rimasto soltanto un prezioso foulard di seta dal quale non si era mai più separata e che le rammentava la sua unica vittoria su Anna, sconfitta proprio da quel morbido trofeo nonostante potesse vantare tra i tesori del suo bottino una biglia caleidoscopica e una grossa fibbia dorata.
Il ricordo di Anna le sembrava ormai immensamente distante. Lei, infatti, era morta di vaiolo molto tempo prima, quando la loro complicità stava già tramontando da un pezzo, come se, dopotutto, l’unica ragione del suo stare al mondo fosse stata proprio quell’amicizia (a volte, guardandosi nuda nello specchio, Tea rifletteva sulla propria bellezza, fatta per stare in disparte, assorta e sognante, perché la perfezione, nella sua preziosa rarità, non desta sul serio l’interesse delle persone, al contrario dei difetti che, generando confidenza e solidarietà grazie alla loro più comune diffusione, sembrano essere il vero sale della terra).

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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