L’UOMO DISINCANTATO – Il mondo segreto di Tea Boot (3)

Instancabile, il genio di Marie produceva paesaggi, scorci, ritratti, immagini allegoriche, tutto un mondo in bilico tra la realtà e l’immaginazione nel quale risultava difficile marcare confini o delimitare ambiti e generi. La ragazzina dipingeva e basta, e non voleva sentir parlare di educazione del gusto. A chi, con amorevole pazienza, tentava di indirizzarla, lei rispondeva ricorrendo a una delle sue risate alla quale l’interlocutore di turno, pur tra mille, comprensibili riluttanze e almeno all’inizio con un vistoso imbarazzo, finiva comunque per doversi concedere. Non c’era modo di indurla a ragionare seriamente sulla compostezza di uno stile, sul rigore di una poetica. Certi argomenti la facevano ridere e il suo riso costituiva un’arma invincibile che non lasciava scampo anche al più austero dei maestri. Frotte di valorosi istitutori erano state trascinate via da quella corrente impetuosa!
Quando sostava in una delle insenature interiori che l’andamento frastagliato della visione le concedeva di tanto in tanto per ripiegare sul pieno possesso dei suoi pensieri, Tea non faceva fatica a immaginare tutti quei solerti parrucconi – abati, maestri o precettori – costretti a sganasciarsi senza volerlo fino a perdere, assieme all’ultimo rantolo affannoso, anche gli avanzi di una dignità inutilmente cesellata negli anni. Uomini distrutti, finiti, resi irriconoscibili dalla contagiosa risata di una bambina. A quel tempo il genio di Marie era anche e soprattutto questo, tanto che uno storico dell’arte in vena di catalogazioni avrebbe potuto definirlo il suo “periodo del riso”; e Tea, ripensandoci, simile allora nello spirito a quegli studenti sfaccendati che a scuola si mettono sempre in ultima fila, dietro le grosse teste dei più ligi al dovere, aveva la sensazione incomprensibile di ridestare dal fondo segreto di una specie di foschia, nella quale, come in un pozzo profondissimo, era certa di perdere costantemente qualcosa di sé per vederlo riapparire dopo un po’ nell’enigmatica dissomiglianza della qualità di un’altra persona, il ricordo scomposto del suo primo bacio, frutto modesto di un breve amore estivo che all’epoca, però, aveva ovviamente creduto e spergiurato eterno.
Il giorno in cui suo padre aveva deciso di portarla con sé ad ascoltare i canonici della cattedrale riuniti in coro per il canto del Vespro, era stato senza dubbio decisivo per la vita di Marie. Proprio in quell’occasione lei, ignara del fatto che sarebbe stata l’ultima volta, si era lasciata andare alla splendida pienezza della sua risata contagiosa di fronte alla scena, irresistibilmente comica, di uno scabino lanciato invano all’inseguimento di un velocissimo cane tutto pelle e ossa lungo una delle navate laterali. Come sempre il contagio era stato generale e senza appello; e così il poveretto, già circondato da una piccola folla irridente, dopo essersi arrestato in penombra sotto un arco, chiuso in un silenzio istantaneo che nel vispo guizzare dei suoi occhi da destra a sinistra e viceversa tradiva il pudore ma anche la fatica di trattenersi, non aveva trovato niente di meglio da fare che gettarsi a terra per completare il proprio linciaggio incruento sbellicandosi a sua volta. Nel bel mezzo di quella circostanza tanto ordinaria per chiunque conoscesse il potere del riso di Marie, il destino aveva però scartato all’improvviso, svicolando verso una zona profondamente sconosciuta della sua oscura topografia. Sarà stato per l’incombere poderoso delle smisurate volte a crociera o forse per il grave dispiegarsi del canto vespertino – Confitémini Dòmino, et invocàte… – o ancora per una giaculatoria troppo lunga di suo padre, distratto orante lontano e genuflesso, fatto sta che la bambina si era trovata da sola nel cuore di quella vastità irrimediabile; e si era accorta, guardando in alto, tanto in alto da credere a un certo punto che il mondo ruotasse facendo perno sul paradiso, della caleidoscopica fantasmagoria che, immobile, pareva tuttavia beccheggiare lungo le navate e il transetto come un fragile ricamo d’acqua. Le grandi vetrate, opera di antichi maestri dimenticati (ma cos’è un nome – pensava intanto Tea, riportata a sé da un sussulto di pensiero senza cognizione di causa e di tempo – se non un buffetto sonoro buono di volta in volta per chiunque?), spartivano la luce dandole tempo, durata, inflessioni, timbri e colori, in una parola facevano musica del suo silenzio assoluto. Già perché, tra l’altro, in quel preciso momento, per la prima volta da quando dipingeva e non senza una punta crudele di disagio, Marie aveva realizzato il fatto che la luce era priva di voce, trovando subito ad attenderla uno scoramento non molto diverso da quello sofferto da Michelangelo di fronte alla perfezione del suo Mosè. Quanto le apparivano grandi quelle finestre! Erano delle vere e proprie sfide alla stabilità delle mura, così come d’altronde tutta la cattedrale, che pareva tenersi in piedi alla maniera di un equilibrista che si esibisca per lo svago distratto del pubblico in un giorno di fiera.
Mentre i canonici proseguivano come d’abitudine nella loro assorta salmodia – Dòmine, ne in furore tuo àrguas me… – e il cane che lo scabino non era riuscito a cacciare trotterellava inseguito ora da una confusa torma di sacristi terrorizzati da una possibile apparizione del vescovo (comunque inverosimile giacché a quell’ora, come ogni giorno, Sua Eccellenza si stava concedendo già da un pezzo all’abbondanza benedetta della sua cena), a Marie era  accaduto di intuire, rimanendone folgorata, che in fondo era la luce a dipingere per davvero e non i pittori, i quali non erano altro che i suoi più o meno capaci manovali pensanti. Essa mostrava il mondo e gli attribuiva delle dimensioni. In mancanza di luce nessun pittore, indipendentemente dalla sua bravura, avrebbe mai potuto dipingere alcunché; e quindi riuscire a raffigurarla, nella purezza assoluta della sua verità, meritava di essere considerato come il traguardo supremo, il senso ultimo di un’opera d’arte che aspirasse a essere davvero unica e grande, almeno quanto quella che, a sua volta, fosse riuscita a cogliere l’autentica essenza di Dio. Fino a quel momento, infatti, era stato possibile ritrarre l’una attraverso la mediazione delle cose, degli oggetti, e l’altro nelle sembianze fantasiosamente antropomorfe di un vecchio signore abbigliato in modo eccentrico, ma nulla di più. Falsità e falsificazioni: per la prima volta nella sua vita Marie aveva percepito il calore agro delle lacrime salirle fino agli occhi, gli stessi che sino a quel momento avevano partecipato soltanto dell’abbagliante solarità del riso; e tutt’a un tratto era scoppiata a piangere, chiedendosi in cuor suo, non meno sorpresa che ferita, cosa fosse quell’esperienza sconvolgente e per lei del tutto sconosciuta – Eructàvit cor meum… -. Suo padre, ancora raccolto in preghiera, mentre cercava di non perdere di vista la bambina col solo ausilio della coda dell’occhio, si era avveduto a malapena di quel pianto e comunque, essendo terziario carmelitano e avendo sempre desiderato una figlia che somigliasse il più possibile a Teresa d’Avila, se ne era immediatamente rallegrato, scambiandolo per la conseguenza inequivocabile di un vero rapimento mistico.
Da quel giorno, però, Marie si era rifiutata di dipingere. Rimaneva immobile e assorta davanti alla tela, ostinata in quello che dall’esterno tutti giudicavano un normale capriccio, frutto dell’età infantile. Ma la verità era ben diversa e solo dopo molti mesi, visto che nel frattempo la sua crisi di rigetto per la pittura non aveva dato il benché minimo segno di miglioramento, chi le viveva accanto si era finalmente deciso a sospettare che sotto covasse qualcosa di più grave. A quel punto i genitori si erano allarmati sul serio; la madre si era addirittura inginocchiata davanti alla piccola scongiurandola di tornare quella di un tempo, mentre il padre, coerente coi suoi profondi sentimenti religiosi, aveva preferito un inginocchiatoio vero e proprio, facendo una novena di preghiera per chiedere l’intercessione di San Luca, che fonti ben informate gli avevano assicurato essere il patrono degli artisti. Tuttavia la ragazzina rimaneva indifferente sia agli uomini che ai santi. Sostava per ore di fronte alla tela bianca senza afferrare un pennello o preparare un pigmento. In realtà, all’insaputa di tutti, stava pregando anche lei; chi o cosa però, a differenza di suo padre, non avrebbe potuto specificarlo con precisione, forse un dio ignoto e inafferrabile oppure solo il dolore in movimento nelle contrazioni del suo muscolo cardiaco, ma senza alcun dubbio la sua era una preghiera, tanto più assoluta in quanto priva di parole e fatta di gemiti inesprimibili alla maniera di quella dei santi.
Come se non bastasse, in lei si era manifestata anche una seconda trasformazione, forse ancora più sconvolgente: oltre a non dipingere, infatti, Marie non rideva più; e proprio in seguito all’improvvisa e totale mancanza delle sue risate era diventato immediatamente chiaro a tutti quale rilievo esse avessero avuto in precedenza nella creazione e nel mantenimento dell’armonia complessiva del piccolo mondo che per qualche ragione misteriosa si era messo a orbitare proprio intorno a loro: orfano di quelle, infatti, esso era scivolato in un progressivo declino; aveva perso l’antica luce e si era fatto più grigio, quasi rassegnato all’ormai imminente avvento di un silenzio pauroso e dalla profondità irreversibile. Prima di tutto il resto però, in quanto scenografia di ogni cosa, era stato il grande palazzo a imboccare il destino di graduale ma sicura rovina che di lì a qualche decennio lo avrebbe reso un maestoso involucro pericolante, uno di quelli che ai nostri giorni, proprio come era avvenuto un tempo al vecchio “CineMoon”, vengono transennati e segnalati all’attenzione dei passanti per via dei possibili crolli.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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