L’UOMO DISINCANTATO – Il mondo segreto di Tea Boot (2)

In fondo al destino di Marie Blancour c’erano state le vetrate di una cattedrale, la luce e, soprattutto, la neve: di questa sua istintiva certezza la giovane Tea, sin dagli inizi dell’assorta e pressappoco assoluta claustrazione che si era fisicamente imposta nello spazio dei pochi metri quadrati della sua mansarda di adolescente solitaria, in modo da sottrarsi al maggior numero possibile di contatti col mondo esterno, avvolta e a tratti sommersa da ogni parte dalle tante, vibranti gradazioni di bianco, mai identiche nonostante le giornate sempre uguali, condensate da quell’unico colore, del quale appunto lassù riverberava quasi ogni cosa, dai mobili al letto alle tende, dentro le onde battenti della luce naturale e poi nei suoi intrecci crepuscolari coi fasci diffusi dalle lampadine, in verità non si era mai stupita, considerandola semmai come il dono imprescindibile di un’intuizione disciplinata a dovere dai tempi sempre più estesi della pratica dell’isolamento e messa in grado perciò di fare uso dell’immaginazione in modo inconsueto, e forse addirittura contro la sua stessa natura, non allo scopo di concepire storie di fantasia ma per portare a galla la fantasia della storia; e non a caso era stato proprio in virtù di questa sorprendente attitudine, tanto voluta quanto scoperta, che lei, dopo aver ricreato se stessa nei panni di una dea del tempo capace d’inventare alla perfezione addirittura la memoria, aveva potuto rappresentarsi tutta quanta la vita di Marie col fine ingenuo, nella sua nebulosa inattingibilità al tempo stesso ultimo e primo, di poter esperire il disincanto tramite l’esistenza di qualcun’altra, avendo a disposizione semplicemente la riproduzione fotografica, ancorché di qualità eccellente e a grandezza naturale, dell’unico dipinto che la storia dell’arte le aveva attribuito con certezza. Difatti proprio dalla prossimità diuturna con quest’ultima, dalla sua conoscenza crescente, tranquillamente avida di suggestioni e sempre più minuziosa nell’amore (simile nello spirito e nei modi alle caparbie circumnavigazioni di un’isola sconosciuta da parte di un compilatore di portolani, talmente assorto nella missione e nella voglia di disegnare e di riferire ai naviganti che sarebbero arrivati laggiù dopo di lui ogni dettaglio di quel periplo da non riuscire poi a soffocare un moto di esausta sorpresa nel rendersi conto, a lavoro ultimato, di poterne così ammirare e scoprire anch’egli la forma esatta, d’un tratto levandosi in volo con le ali intelligenti degli occhi, cullato dall’illusione magicamente libresca di una vera trascendenza, come una creatura favolosa metà uomo e metà albatro), frutto di ore e ore trascorse nell’esercizio quotidiano della sua osservazione, a volte attenta nel merito e precisa nel metodo secondo l’esempio di quella scientifica, altre invece quasi distratta, incline a divagare nella narrazione di uno sguardo più poetico e accogliente, altre infine talmente generica da rasentare il soprappensiero spinto al massimo grado della sua vaghezza, quello cioè del sogno a occhi aperti – ben disposto a qualsiasi sorpresa – dei bambini, la giovane Tea aveva finito per assorbire dentro di sé, giorno dopo giorno, lasciandosene suggestionare, una sorta di squisito aroma spirituale, in grado di scomporre la logica empirica delle cause e degli effetti e l’ordinaria, mondana prospettiva cronologica del tempo, nel quale era certamente possibile riconoscere l’embrione di un punto di vista abbastanza simile a quello del disincanto. Si trattava però nel suo caso di un disincanto equivoco, intimamente illusorio, che lei aveva dato per scontato in modo fin troppo agevole e sommario nel momento stesso in cui l’aveva rivolto al di fuori di sé, condensandone gli effetti, grazie alle accelerazioni della volontà, non più nell’esito morale e sentimentale di una serie spesso estenuante di esperienze personali ma in uno strumento che stava a metà strada fra la lente e lo specchio, e quindi capace di fornire soltanto immagini capovolte e rimpicciolite, come quelle degli oggetti proiettati dalla luce sulla retina di un occhio. Di sicuro quella strana variante del disincanto, sottratta al suo profondo radicamento esistenziale, assolutamente creativa e più simile in verità a un filtro magico distillato per puro caso da un apprendista stregone con qualche antico alambicco, che lei poteva tenere a distanza mediante l’accettazione appassionata – un miscuglio ombroso di adattamento e di fierezza – degli insuperabili orizzonti estetici della propria indole, non le avrebbe mai consentito di vivere ma soltanto – e tra l’altro nell’ipotesi migliore – di dare la vita tragicamente, a costo cioè della perdita fatale di se stessa, in modo non troppo dissimile da quanto succede a una madre che muoia poco dopo avere dato alla luce la sua creatura. Così, mentre il batticuore della fatalità l’armava di sprezzo del pericolo e i quieti rapimenti della sua giovinezza appena sbocciata la consegnavano con delicata indulgenza a un tempo di prigionia, il disincanto, piegato alla sua precisa volontà di andare avanti su quella strada nonostante tutti i rischi che pure si lasciavano percepire sotto forma di altrettanti richiami alla vita, di inviti alla resurrezione che l’istinto di sopravvivenza insinuava nei rari rumori che dall’esterno riuscivano ad ascendere fino all’eremo, rimbalzando poi fra le travi sporgenti dal tetto obliquo come suoni cristallini tra le asticciole di un sistro agitato durante un esorcismo isiaco contro i geni del male, perfettamente nitidi proprio grazie alla progressiva purificazione imposta loro dall’isolamento rispetto a qualsiasi contesto d’origine, aveva infine compiuto la sua ossidoriduzione trascendentale, riversando in Tea, dopo averlo addensato, una specie di veleno dagli effetti repentini, l’essenza cruciale e profumata di un miracolo ricondotto alla sua natura profana di semplice anomalia, da cui, con un piacevole spargimento di intima dolcezza, avevano tratto lo slancio definitivo la solitudine e l’indifferenza, il silenzio e l’illusione, la luce e lo sguardo, congiungendosi infine come in tante schermaglie amorose al di qua del dipinto di Marie Blancour e del resto del mondo. Finché un giorno, apparentemente identico a tutti quelli che, brillanti e scontrosi, l’avevano preceduto, un raggio di sole, allargato in molteplici rifrazioni sulla superficie della riproduzione dell’amatissimo quadro dal vetro della grande finestra, dopo essere stato sospeso per un istante dall’attraversamento da parte dell’ombra sonora del frullo d’ali di una capinera, imporporata dal suo pulviscolo come le palpebre di una debuttante al primo trucco, aveva sprigionato un angolo perfetto di gioia luminosa, facendo incontrare l’immaginazione e la memoria, e rendendole anzi indistinguibili l’una dall’altra, così come un innamorato è egli stesso il suo amore e viceversa.
Mentre, scossa da una vertigine voluttuosa, precipitava in una specie di grande lampo caldo, Tea era stata folgorata dalla certezza che all’origine di una scelta fondamentale non possano  esserci che degli eventi assolutamente stravaganti o quanto meno singolari, perché le decisioni cruciali, quelle che poi fanno davvero la differenza, si prendono soltanto grazie a qualcosa che, con una certa e forse romantica approssimazione, si potrebbe definire l’istinto del cuore. L’intelligenza pare intervenire in un secondo tempo. Essa ha senza dubbio una funzione insostituibile, il cui rilievo nelle cose umane non può minimamente essere messo in discussione, eppure in quei momenti deve accontentarsi di assumere un’attitudine di tipo notarile: colta di sorpresa dall’intuizione, infatti, si limita a ratificarne le conseguenze, tentando al massimo di mettere un po’ d’ordine, come fa un rilegatore alle prese coi quinterni di un libro appena scollato.
D’un tratto, percorrendo questi suoi pensieri quasi fossero la materia senza forma di una fune per acrobati ben tesa, Marie Blancour era giunta fino a lei; le era apparsa nella veste nitida di una sensazione assoluta: era una bella bambina dagli occhi azzurri, con una folta chioma bionda e riccioluta che le scendeva sulla fronte e lungo le guance torcendosi a volte in vere e proprie spirali dorate. Erano fiorite leggende intorno alla sua giovialità: amava il gioco con un’ostinazione ignota anche ai più allegri tra i bambini ed era capace di una straordinaria costanza ogni volta che ne scopriva o ne inventava uno nuovo, meglio se con poche regole fisse perché questo le consentiva poi di adattarlo sul momento e nel modo meno meccanico possibile alle eccitanti improvvisazioni della sua fantasia. Si diceva che il padre, appena l’aveva vista neonata tra le braccia della madre, fosse scoppiato in una risata fragorosa, mosso dalla sua faccina paffuta e soprattutto dalla prima di quelle risate empatiche che col tempo l’avrebbero resa famosa. Sì perché, a differenza di quanto fanno di solito i bambini nel momento in cui vengono al mondo, appena nata Marie rideva. Sorprendendo tutti, aveva risposto allo scappellotto della levatrice con una sonora risata che, grazie a un’intima potenza misteriosa simile all’effetto domino, aveva contagiato i presenti uno dopo l’altro, padre compreso. La madre, dal canto suo, troppo stanca e provata per ridere, si era assopita, cullata dolcemente dal lungo protrarsi dei singulti divertiti della sua creatura. In seguito l’allegria di Marie era diventata proverbiale e per anni nessuna situazione o avvenimento erano stati in grado turbarne la quasi divina perfezione.
La bambina aveva mostrato subito una spiccata predisposizione per il disegno e la pittura; per lei si trattava ovviamente di un gioco, ma era chiaro a tutti che la sbalorditiva sicurezza con la quale riempiva i fogli di ritratti e di paesaggi alludeva a un talento fuori dal comune. Così a un certo punto per impartirle lezioni erano stati chiamati i migliori maestri, accademici illustri e artisti preceduti da una fama ragguardevole, tutti personaggi di gran moda e che in taluni casi avevano ricevuto incarichi anche presso la corte. Costoro si erano mostrati concordi nel riconoscere la straordinaria abilità della piccola Marie ma pure nel dare voce quasi subito alle identiche, avvilite riserve – non senza lasciar trapelare nel tono e nella scelta delle parole quel mellifluo disappunto che caratterizza sempre i discorsi degli invidiosi dinanzi a una grande ricchezza affidata dalla sorte a delle mani inesperte che fatalmente la dilapideranno – circa la reale portata delle sue prospettive future; ciò in considerazione del fatto che, a parte la possibilità di inserire lo studio del disegno e della pittura nell’ambito dell’educazione di una giovane aristocratica in vista di un passatempo da praticare poi per puro diletto tra le mura domestiche, l’essere di sesso femminile le precludeva un vero e proprio futuro nelle belle arti. Tuttavia i genitori, incantati dalla grazia assoluta dei disegni della figlia e abbastanza scaltri per indovinare che dietro quegli incoraggiamenti così tiepidi e ridondanti di scetticismo si nascondeva in realtà la naturale gelosia degli artisti di fronte a un talento vero, non si erano lasciati convincere e l’apprendistato di Marie aveva potuto quindi avere inizio.
La rapidità con la quale la bambina apprendeva le tecniche e i segreti della pittura era a dir poco impressionante. Ella tracciava le linee e stendeva i colori sulla superficie della carta o della tela senza mostrare la benché minima incertezza e con una perizia da fare invidia – proprio come i suoi genitori avevano sospettato – al più navigato dei maestri. Si lasciava assorbire ininterrottamente per ore e ore da ogni singolo lavoro, protetta dal mondo circostante e separata dalla sua stessa vita da una specie di trance, come se fosse stata posseduta da un demone tanto benigno quanto inesorabile nell’essere esigente, e il più delle volte non smetteva fino alla comparsa del miracolo finale; quando cioè da quel reticolo di tratti, ora nervosi, ora più sciolti, così simili a note tenute che cedano alla tentazione di sdrucciolare giocose lungo eleganti melismi, e dal turbine di macchie che in esso galleggiava, qui sporgente, là piatto oppure scavato, affiorava un’immagine compiuta e riconoscibile, un’opera finita, qualcosa di cui si poteva dire con legittimo compiacimento: “è buona”, come nella Genesi al termine di uno dei giorni della creazione. L’orgoglio dei genitori di Marie per lo straordinario talento della figlia cresceva di pari passo con la catasta nella quale si accumulavano tele dipinte e disegni delle più varie dimensioni. Il luogo prescelto per raccogliere tutte le sue opere, affinché neppure una corresse il rischio di andare perduta, fu una delle sale più spaziose del castello, quella che tutti chiamavano il Salone dell’Ombra a causa della sua collocazione a incasso e ad angolo retto che segnava la zona di confluenza tra il corpo centrale del palazzo e l’ala destra dove, per via dello stato di salute sempre meno prospero delle finanze familiari, regnava già da qualche tempo il più riservato e decoroso possibile degli abbandoni. Agli ambienti di quel grigio dimenticatoio accedeva ormai soltanto, nei giorni prestabiliti di settimana in settimana dal Camerario, un gruppo scelto di domestici anziani, dotati di grande esperienza, per i quali era assai più semplice restituire in fretta alle camere vuote e ai saloni disabitati, così come ai tanti corridoi interminabili e deserti, un aspetto sufficientemente dignitoso, un po’ alla maniera di un rammendo invisibile eseguito alla perfezione dalla mano sapiente di una vecchia sarta sull’abito logoro di un nobile decaduto. Per il resto, nulla, il silenzio più assoluto, la conchiglia vuota di un elegante mollusco decomposto; e poi, una dopo l’altra, le opere di Marie, anzi i suoi capolavori, secondo la definizione più in voga in quel piccolo mondo fragile come le lunghe unghie curate della mano di una vecchia dama, a fare da ciuffi d’alga, paguri sperduti e sabbia ribelle dei fondali.
Nel Salone dell’Ombra – ovviamente – di luce se ne vedeva ben poca. All’alba un tenue barbaglio rosa che a poco a poco si faceva più bianco e più largo, solcato dalla proiezione del disegno dei serramenti delle finestre, simili a scure e profonde cicatrici impresse sulla pelle invecchiata del mattino; poi lame sempre più sottili, spioventi, arrotate con qualche scintilla sulle massicce mura del palazzo; quindi più niente, solo aloni di pulviscolo danzante nel grembo incompiuto del buio, estrema posatura luminosa al rapido svanire di un meriggio che fuori invece si stava appena inaugurando.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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