L’UOMO DISINCANTATO – Il falso cinismo della maturità disincantata

Ovunque si rivolga, molto prima di essere soddisfatto dalla bellezza di un’apparizione o dispiaciuto a causa di una bruttura oppure solo indifferente e accidentale di fronte a un comunissimo dettaglio del mondo circostante, uno sguardo disincantato vede se stesso, attribuendosi immediatamente alle cose come una specie d’ombra sentimentale, o la proiezione di una silhouette, deformata in vario modo dalla luce sempre mutevole della coscienza da cui proviene, che nel medesimo tempo marca di ciascuna, subito contraddicendosi, prossimità e separazione.
Lo sguardo di un uomo disincantato somiglia per molti aspetti alla deriva di una barca quando fa bonaccia: in linea di fatto esso vede ogni cosa alla perfezione, però poi deve starsene fermo, non potendo fare altro che abbandonarsi all’inerzia ineluttabile della sua cecità di principio.
Così quando, nel corso della vita, arriva il momento, collocabile più o meno dopo i quarant’anni ma destinato a durare in effetti per un arco di tempo che a posteriori è poi impossibile delimitare con esattezza (giacché sarebbe un po’ come voler indicare l’origine e il termine di una nuvola di polvere o l’inizio e la fine di una raffica di vento), in cui si attua il passaggio dalle più o meno acerbe – e comunque tutto sommato candidamente essenziali – rigidità della prima e della seconda giovinezza, ben fissate all’esistenza con l’ingenua prosopopea di quarti di bue appesi ai ganci di un mattatoio mediante il tipico entusiasmo della volontà che in quegli anni sovrabbonda e caratterizza l’adesione agli aspetti necessari dello stare al mondo, ai morbidi sviluppi dell’età successiva, che sarebbe poco rigoroso limitarsi a definire matura, nella quale, mentre l’innocenza e la schiettezza, simili alle stelle quando la luce del sole, inoltrandosi a poco a poco nel mattino, le assorbe rinnovando dietro di sé anche tutti i colori del cielo, evaporano spontaneamente, crescono e si fortificano invece un’inclinazione politica e una sensibilità diplomatica, fino al punto di dare una forma davvero nuova al dialogo tra l’individuo e il contesto circostante, divenuto nel frattempo quella stramba combinazione di cose che si è soliti compendiare nel concetto di società, in un uomo disincantato questa trasformazione prende di regola la forma e le caratteristiche (ma non la sostanza) del cinismo: un atteggiamento che nelle sue ostentazioni più spinte – dei veri e propri travestimenti della cattiveria – scioglie per prima cosa, almeno nei maschi come me, l’ansia narcisistica di una virilità adulta che sarebbe sennò fin troppo disarmata di fronte all’imponenza crescente del versante sentimentale delle cose (laddove nelle donne, che sin dall’infanzia sono meglio educate di noi uomini al valore del senso pratico, esso si presenta in tono minore, alla maniera di certi residui dell’evoluzione, come l’appendice o i denti del giudizio); ma che soprattutto, affievolendosi e propagandosi nella durata di una consuetudine, armonizza il conflitto doloroso tra distacco ed empatia senza rendere più necessario il ricorso all’umiliazione insopportabile della timidezza.
Ebbene, una volta giunto anche per me il tempo di questa menzognera e ostentata indifferenza, giacché non mi era mai piaciuta l’idea di vedere i miei vecchi amici appassire con gli anni, a un certo punto avevo deciso di procedere alla potatura di tutte le amicizie più antiche che erano germogliate nel corso dell’età che altrove in questo racconto è chiamata diletta stagione, quelle cioè alle quali in genere, sebbene già ridotte al lasco rimasuglio di una frequentazione, si cerca invece di assicurare un qualche tipo, sia pure sporadico, di persistenza; e mi ero convinto di doverlo fare semplicemente scomparendo dall’orizzonte della vita di un certo numero di persone, dopo aver preparato l’evento sfilacciando con cura tutte le occasioni d’incontro mediante altrettanti rifiuti ben motivati, e infine lasciando decadere ogni rapporto aggirando anche l’obbligo di fornire ai singoli interessati una qualsiasi spiegazione, ma non con la sbrigativa sfrontatezza propria del maleducato, così come un tempo avevano agito nei miei confronti i due falsi uomini disincantati – nonché finti amici – Henry e Rufus, bensì mettendo la massima cura nell’osservare ogni aspetto della liturgia della buona educazione (che, tra l’altro, mi avrebbe anche immediatamente ricompensato assolvendomi dall’obbligo di giustificare il mio comportamento) e prendendo congedo da ciascuno con l’opportuna, calibrata lentezza: ad attendermi – ne ero certo – ci sarebbe stata una specie particolare di solitudine che, simile nello spirito a uno sradicamento, era tale solo in linea di principio ma non in linea di fatto.
Si trattava di un’operazione per molti versi analoga a quella che si fa con gli alberi quando li si espianta dal sito in cui sono nati e cresciuti per trapiantarli magari solo appena più in là, dove le caratteristiche del terreno e l’esposizione al sole e ai venti sono più consone alle loro nuove dimensioni e soprattutto alla piena maturazione dei frutti che verranno; un’operazione da compiere una sola volta nella vita, quando si sta per lambire appunto la maturità, suddividendo artificialmente in due segmenti l’unità logica e naturale dell’esistenza, due parti separate in modo perentorio, destinate da quel momento in poi a mantenere una continuità fattuale puramente mnemonica e per certi versi molto simili a un fratello e a una sorella ai quali, sebbene innamorati, il legame di sangue impedisca di unirsi in matrimonio.
Al tempo mi ero chiesto ovviamente se la mia scelta avesse a che fare in qualche modo col disincanto e l’unica risposta che alla fine avevo trovato era che l’impressione brutale e insistente dei segni del trascorrere del tempo sopra quei volti e quei lineamenti a me così cari, in verità più in quanto testimonianze dell’età verde in cui il mio ancoraggio alla vita era innocentemente pieno e verosimile che a causa di un sincero affetto per quelle persone, mi contrariava in modo tanto feroce solo perché una volta per tutte mostrava la giovinezza guastata dal suo stesso, ingannevole mito e fuorviata dall’ubriacatura vitalistica, dagli effetti tanto convincenti quanto fragili e passeggeri, nella quale tutti si ostinano a limitarla, un’ebbrezza del tutto inconcludente resa credibile solo grazie a quell’immaturità anagrafica alla quale anche un uomo disincantato deve a tempo debito necessariamente sottostare come chiunque altro. In sostanza, avevo preso la mia decisione, venata forse ancora da una patina d’insincerità intorno al possibile perdurare in me del rimpianto, perché nel rifiuto di vivere ancora quelle fisionomie familiari come lo specchio del mio invecchiamento, io, grazie alla sopraggiunta cognizione del disincanto, potevo dissociarmi dalla favola della giovinezza e riconoscere nel contempo i fondamenti opportunistici e temporanei dell’amicizia stessa al di là della trita sopravvalutazione retorica che ne fa di solito il sentimentalismo. E così, grazie alla progressiva e sistematica liquidazione delle mie amicizie la cui origine risaliva all’infanzia e alla prima e seconda giovinezza, ero anche riuscito a intuire come, almeno nella sua più immediata fenomenologia, il disincanto non fosse altro che l’antiretorica della vita, l’alambicco in cui a fuoco lento tutti i miei sentimenti venivano purificati dalle troppe sublimazioni del linguaggio fino a distillare da essi una sorta di secca essenza spirituale; e anche che l’invecchiare palese di quei volti mi infastidiva così tanto proprio perché terribilmente retorico nel perseguire un rovesciamento della verità, alla maniera di una superficie che deforma mentre riflette, laddove invece l’abitudine, la familiarità quotidiana con l’immagine del mio viso restituita ai miei occhi da uno specchio qualsiasi normalizzava i segni del tempo in una continuità generosa, riconsegnando me stesso al mio sguardo non solo senza alcuna pena ma soprattutto giustificando per intero il piacere di una sostanziale distrazione.

(estratto dal terzo volume)

©Andrea Rossetti

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