Verso sera, durante la convalescenza, mentre un’oscurità lungamente luminosa pareva ovunque sprofondare nell’afa, come inghiottita da un velo verdastro di brina densa e stagnante, dalla finestra della mia camera in clinica, guardavo spesso il fumo bianco delle cucine sbucare dai comignoli sopra i tetti, in lunghi soffi rettilinei oppure sbuffando: esso era a suo modo senza dubbio ‘vero’ e questa sua ineluttabile verità mi faceva pensare per analogia a quella delle risposte che siamo soliti dare alle cosiddette domande importanti, allorché nel corso della vita ci accade di rivolgerle a noi stessi.

C’era stato un tempo in cui, proprio grazie alla dipendenza dalle pillole di DOG che a lungo andare mi avevano causato la crisi per la quale allora mi trovavo ricoverato, costretto anche a intraprendere un lungo e difficile percorso di disintossicazione, avevo pensato che sarebbe stato possibile per me essere ‘vero’, esattamente come il fumo che usciva da quei comignoli; ma in seguito, dopo aver rischiato di morire e aver visto di conseguenza andare in pezzi tutti i miei progetti e i sogni di gloria che da anni avevano avuto come unico oggetto il torneo di Wimbledon, avevo scoperto a mie spese che si può essere bravi, buoni, sapienti, addirittura ignoranti, ma ‘veri’ no, mai, perché da vivi molto possiamo avere – cos’è infatti la vita se non alloggiare in galera pagando l’affitto? – senza tuttavia consistere in nulla. Ci sono ancora in verità degli attardati adolescenti che credono nella poesia, anzi nello spirito lirico della poesia, fondamento autentico di mondi soltanto sognati, comico e sconsolato tentativo di una volontà costretta dalla legge della natura a mirarsi allo specchio per sperare di sopravvivere al suo insuccesso fetale; costoro, qui tanto inutili quanto numerosi, s’illudono che là, da qualche parte, ci siano nuovi universi e possibilità da plasmare, galassie abitate da spiriti benigni disposti a cantare per loro con parole astratte, sostenute dai pinnacoli severi di un deserto d’oriente ai piedi dei quali avvampano amorose spume occidentali e mareggiate perenni di stelle. Ah, i lirici zuccherini d’ogni specie, le illuse anime belle esaltate dalla prospettiva di servire da belletto all’animalità rovinosa e sconfinata della natura umana; titani bambini ansiosi di ultramondi dove si può smettere di balbettare per incanto, eccitati dall’idea più polverosa della storia: l’innovazione delle forme, i nuovi significati e l’invenzione puerile dei significanti. Poveretti! Ignari d’essere solo per questo di gran lunga più vecchi di tutti i ricordi che hanno. Davvero nuovo è solo il silenzio che precede, giustifica e segue ogni possibile voce: se un poeta sapesse davvero cos’è la poesia smetterebbe di scrivere le sue fastose inezie e si metterebbe in ascolto dell’onda marina nelle conchiglie cave, un abbaglio sapiente che, scaltro, svia per un po’ persino il pensiero della morte. E invece, galleggiando nell’altro scuro di Platone, costoro non cessano di accendere fuochi fatui coi gas dei loro corpi in decomposizione – perché tutti, tranne gli aborti veri, siamo abortiti dalla vita un po’ alla volta – e chiamano poi queste fiammelle chi galassie, chi costellazioni, chi addirittura Spirito Santo.

In realtà guardavo il fumo di quei comignoli mentre riannodavo, ammesso che poi ci fosse mai stata un’interruzione vera e propria (cosa che oggi escludo nella maniera più categorica), il filo che mi legava al disincanto e che l’assunzione massiccia del DOG aveva quanto meno posto in secondo piano (consentendomi così di aspirare con tutto me stesso alla gloria tennistica) e soffrivo di una sorta di prolungata e fatale crisi d’astinenza in cui l’esserci mi colpiva davvero come una cosa miserabile, piccola e triste, che non valeva in alcun modo la pena che domandava. Non ravvisavo nulla di veramente eccezionale nella vita: solo stantia quotidianità, emozioni doverosamente sopravvalutate, perdite continue, speranza adulterata, vitalismo pregiudiziale, morte a vent’anni e sepoltura a novanta. L’amore della vita non era altro per me che un’abitudine nevrotica, una coazione a ripetere, e un maniaco bipolare mi appariva senz’altro come la quintessenza dell’uomo coi piedi per terra.

Avevo l’impressione che dentro di me fosse in corso una stralunata messa in scena: in un certo senso era come se Mefistofele, cioè il demone che predica la bellezza della vita in forma di tentazione, e Faust, ovvero l’uomo che, desiderandola, è disposto a credergli, continuassero a recitare le loro parti in commedia anche al di qua della consapevolezza di come la storia sarebbe in ogni caso andata a finire. Non c’era più spazio né per la creazione né per l’aspettativa; ogni eventualità si perdeva già nella replica e la vita intera nella rilettura; mancava Goethe o, meglio, l’inesperienza dolce e sapiente del futuro che solo un autore geniale può avere mentre scrive. E invece ad alienarmi non c’erano che Faust e Mefistofele, soli e prigionieri della loro inesorabile vicenda, abitanti disonesti dei nomi coi quali qualcun altro li aveva battezzati. Nel mio profondo avvilimento da astinenza da DOG sentivo palpabile tutta l’inutilità di tentazioni e prospettive assolutamente depauperate perché rivolte o donate da un demone a un’anima, quella di Faust, promessa all’estremo, venturo (ma anche già avvenuto) perdono di Dio. Il futuro mi si accartocciava dentro come una pagina scritta, indelebile, di definitiva letteratura, mentre il passato mi gravava addosso nella forma di una miriade di silenziose letture fatali.

Sentivo Mefistofele ostinarsi in penose richieste inutili che nulla avrebbero mai cambiato di quanto era già scritto, di ciò che quindi si sarebbe dovuto per forza leggere uguale per sempre. Perché si piegava – lui ben più gravemente di Faust, il quale dal canto suo non era in fondo che la rappresentazione della miseria vile di un’anima qualsiasi condannata ad abbondare di desideri vani fino a scoprirli apportatori d’infelicità, al contrario di lui, che invece era il demone, cioè colui che spezza e divide – alla ripetizione incessante di un’offerta che, infine, gli avrebbe negato il successo? Perché reclamava comunque il pagamento del suo compenso se sapeva bene di non poter spezzare in alcun modo il vincolo che legava Faust alla sua salvezza finale? E perché ancora prometteva ed esaudiva pur essendo a conoscenza che la sua era soltanto una causa persa?

Nella mia interiorità spezzata, mentre il disincanto poteva dolorosamente riemergere man mano che mi disintossicavo dal DOG, anche i ruoli emblematici di Mefistofele e di Faust si erano alla fine capovolti: l’anima di quest’ultimo infatti, divenuta tentatrice, si era messa a lusingare l’altro con parole impossibili, stupefacenti perché non ancora e mai più letterarie. E quindi gli ripeteva, come fosse un rovello: «Mi avrai non per ricchezze o potere o bellissime donne, ma solo – dato che sono stanca – se cancellerai i miei ricordi, che sono poi anche i tuoi, e con essi la predestinazione alla mia salvezza che è scritta per sempre nella sorte che entrambi condividiamo! Ma che te ne faresti poi di un’anima senza memoria né destino eterno? Che razza di anima sarei? Un grigio carteggio di parole confuse, di pensieri stravolti. Una Babele dormiente. Un gioco indistinto senza più colpe e pene o meriti e corone. Avresti vinto, Mefistofele caro, nient’altro che l’involucro vuoto di un’anima sparita. Dico ‘avresti’ perché – lo sai – se mi esaudissi, cancellandomi intorno e dentro a fondo così come ti chiedo, svaniresti anche tu, e sparirebbe il mondo, anche l’Inferno e il Paradiso, ingoiati da ciò che non so dire, e che però in grazia di quiete spargerebbe di noi un infinito di luce tremula, di limpide nebbie, di liberazione. Cosa saremmo? Forse l’ombra del vuoto o note sparse del suono di tutte le poesie del mondo, chi può dirlo? Però so bene che tu, demone antico dell’anima stanca che sono, non puoi esaudire questa mia richiesta: non puoi perché essa non vuol dire nulla, perché ti priva della tua missione, perché, nonostante il potere che ostenti, non puoi non genufletterti come me al volere della santa scrittura ed essere per sempre quel che sei, pure fallendo. Come vorrei che tu non fossi soltanto l’inutile demone di un’anima già salva!»

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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