Sennonché, assumendo un tono modulato e sfuggente per lei insolito, la voce di Milica si piegò a quel punto al bisogno indifferibile di precipitare, di rinunciare alla normalità di comodo che fino a quel momento l’aveva sempre mantenuta in bilico su un’irreprensibile ambiguità: “Dolce Elias, mio amico adorato, quando ce ne andiamo da un posto o addirittura da tutta la vita,” gli disse d’un tratto come rapita da un’ispirazione oracolare,” noi lasciamo sempre un segno, una cicatrice nel tempo, che porta inciso, esatto, il nostro nome, che lo consegna all’aria e al nulla, giù fino al respiro di chi deve nascere ancora, che non è storia ma soltanto traccia, una presenza molecolare, espropriata alla vanità religiosa di un’anima immortale. Ciò accade sempre e non c’è verso di scansare questo destino assoluto di pallore, bianco e grigio com’è il cielo di marzo, quando i selciati riflettono gli sprazzi di pioggia e sembrano specchi antichi, malati di brune chiazze di vecchiaia. La vita ha la stessa forma molle dell’amore: noi la modifichiamo passandoci dentro, da fiori che si seccano di nascosto, riposti tra le pagine di un libro. Ma, vedi, è proprio così che le cose devono andare: è con lo stile dei fiori essiccati che siamo piccole cose, inesorabili e un po’ folli, che se ne stanno come possono nei loro luoghi, che in fondo ci sono per onorare il gusto di fuggirsene via.”
“Figurati, l’unico santuario nel quale riesco a pregare è la mia immaginazione”, le rispose Elias tanto per dire qualcosa che potesse essere facilmente frainteso.
E infatti Milica trattò quell’osservazione come un intercalare senza importanza e proseguì sempre più immedesimata nel suo ruolo dolcemente terribile di profetessa: “Abbiamo abitato la brevità dell’istante lasciando le nostre ombre allungate, solennemente crepuscolari, a vigilare adesso sul nostro ricordo cresciuto come l’erba accidentale nelle crepe dei marciapiedi, fatto a immagine e somiglianza delle bave di lumaca sopra i muri, ispirato dai resti drappeggiati dei manifesti pubblicitari più inattuali e scaduti, dormienti, fuori tempo massimo, alla condiscendenza del vento. Sull’eco ascendente delle nostre rapide voci è calato il silenzio e intorno si è stretto in un abbraccio il pigolio serale dei pulcini. Ma nessun gallo ha cantato al tradimento, perché non c’è malizia, ma solo benevola e pigra cecità, nel perdersi di vista”.
A quel punto, Elias ebbe la certezza del prossimo addio che li avrebbe separati per sempre e in cuor suo, pur senza volerlo, si arrese immediatamente e di buon grado all’idea.

(estratto dal secondo volume)

©Andrea Rossetti

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